ACEA
Acea è una multiutility italiana nata nel 1909 come Azienda Elettrica Municipale di Roma. Dal 1937 ha esteso le proprie attività alla gestione degli acquedotti comunali, realizzando l’acquedotto del Peschiera, ancora oggi una delle principali infrastrutture idriche della capitale. Quotata in borsa, ha progressivamente ampliato il perimetro operativo: oltre alla rete elettrica di Roma, gestisce servizi idrici integrati in Campania e Toscana ed è attiva anche nel trattamento dei rifiuti. Oggi è il primo operatore idrico nazionale, con circa 9 milioni di utenti in Italia, e ha una presenza in America Latina, dove serve circa 10 milioni di abitanti attraverso quattro società.
La governance è ibrida: Acea è controllata al 51% da Roma Capitale, che mantiene quindi la maggioranza pubblica, ma è quotata in Borsa ed è quindi aperta anche a investitori privati. Tra i principali azionisti figurano la multinazionale francese Suez (23,3%), uno dei giganti mondiali nella gestione dell’acqua e dei rifiuti, e l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone (circa 5,5%), figura di peso nel panorama economico italiano, attivo nell’edilizia, nell’editoria (con il gruppo che controlla Il Messaggero e altre testate) e nei servizi finanziari e assicurativi.
Nel 2024 Acea ha consolidato la crescita avviata nel 2023: l’EBITDA è salito dell’11%, trainato dalla solidità delle attività regolamentate (acqua, reti elettriche, illuminazione pubblica e ambiente). L’utile netto ha raggiunto i 332 milioni di euro (+13%), mentre gli investimenti operativi hanno toccato il livello più alto mai registrato, destinati quasi interamente alle infrastrutture regolamentate.
Acea è un attore centrale nel settore idrico e nei servizi pubblici regolamentati. Il suo ruolo diretto nella gestione di risorse essenziali come acqua ed energia la rende particolarmente rilevante per le questioni di governance, sostenibilità e diritti dei cittadini.
Con chi lo facciamo e perché
Abbiamo scelto di fare azionariato critico con ACEA perché è la principale multi-utility di Roma e una delle più grandi d’Italia, con un ruolo decisivo nella gestione del servizio idrico integrato. L’acqua è un bene comune essenziale e non può essere trattata solo come fonte di profitto: le scelte di ACEA hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana di milioni di cittadini e sulla qualità delle risorse idriche del Paese.
L’engagement è iniziato nel 2017, in collaborazione con il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, la rete di associazioni e comitati che ha promosso il referendum del 2011 per l’acqua pubblica. Negli anni successivi abbiamo portato nelle assemblee degli azionisti le istanze dei territori, sollevando domande critiche sulla gestione delle controllate nel comparto acqua e denunciando i mancati investimenti nello sviluppo e nella manutenzione degli acquedotti. Dal 2025 il lavoro su ACEA è portato avanti anche all’interno del network Shareholders for Change, che riunisce investitori istituzionali europei impegnati sulla sostenibilità. Oltre a Fondazione Finanza Etica, vi partecipano Ecofi, fair-finance, Mandarine Gestion e Ökoworld, che hanno contribuito con le loro domande e osservazioni in sede pre-assembleare e assembleare.
Con ACEA il nostro obiettivo è fare in modo che la gestione dell’acqua risponda al principio di bene comune, con investimenti adeguati, trasparenza e partecipazione, evitando logiche puramente finanziarie che rischiano di compromettere un diritto fondamentale.
Temi di engagement e risultati
2025
Nel 2025 l’attività di engagement con ACEA si è articolata in due momenti principali: una call pre-assembleare con il management del gruppo, in cui sono stati affrontati i temi di governance, gestione delle risorse idriche, investimenti, trasparenza climatica e politica dei dividendi; e la presentazione di domande scritte all’assemblea degli azionisti. Le questioni sollevate hanno riguardato in particolare i grandi progetti infrastrutturali sugli acquedotti, le perdite idriche, l’andamento delle tariffe, gli investimenti in rinnovabili, la sostenibilità della catena di fornitura e le competenze ESG del consiglio di amministrazione.
Acquedotti e perdite idriche
Ampio spazio è stato dedicato al raddoppio dell’acquedotto del Peschiera e al nuovo acquedotto Marcio: tempi di avvio dei lavori, costi aggiornati e fonti di finanziamento aggiuntive. È stata inoltre sollevata una questione di conflitto di interessi sull’assegnazione degli appalti a Eteria, consorzio legato alla famiglia Caltagirone, azionista di ACEA.
Sul fronte ambientale, la Fondazione ha chiesto dati aggiornati sulle perdite idriche. L’azienda ha dichiarato che nel 2024 le perdite a livello aggregato si sono ridotte al 44,7% (dal 46,7% del 2023). Per Acea Ato 2 (Roma) le perdite sono scese al 39,2%, mentre in Acea Ato 5 (Frosinone) restano molto elevate, al 62,8%.
Valutazione: un miglioramento, ma il livello delle perdite idriche resta critico, soprattutto in alcune aree.
Tariffe e dividendi
Fondazione Finanza Etica ha chiesto se l’aumento delle tariffe idriche nell’ATO 2 Lazio Centrale Roma fosse legato alla necessità di sostenere la distribuzione di dividendi. La società ha risposto che l’incremento 2024 è conseguenza del nuovo regolamento ARERA, in un contesto di alti tassi di interesse, e non è correlato ai dividendi.
Valutazione: la risposta appare plausibile, ma resta importante monitorare il bilanciamento tra sostenibilità sociale delle tariffe e remunerazione degli azionisti.
Investimenti e governance ESG
Prima dell’assemblea degli azionisti del 29 aprile 2025, la Fondazione ha inviato ulteriori domande su investimenti in fonti rinnovabili, procurement sostenibile e governance ESG. ACEA ha confermato l’obiettivo di raggiungere entro il 2028 una produzione energetica composta per circa il 90% da fonti rinnovabili. Sul fronte della governance, l’azienda ha indicato i membri del CdA con competenze ESG e ha illustrato le attività formative svolte nel 2024 per rafforzare tali competenze.
Valutazione: risposte puntuali e articolate, che mostrano progressi concreti e maggiore attenzione alle competenze ESG nella governance.
Dialogo e disponibilità
Negli ultimi due anni il dialogo con ACEA ha conosciuto un netto miglioramento. L’azienda si dimostra oggi disponibile a organizzare incontri con la Fondazione prima dell’assemblea, coinvolgendo manager di primo piano per discutere temi sociali, ambientali e di governance.
Valutazione: le risposte sono state chiare, in buona parte soddisfacenti, e denotano una attitudine dell’impresa a stabilire un confronto aperto e non reticente con la Fondazione.
2024
Il confronto con ACEA è stato nel 2024 molto articolato. In occasione dell’AGM (svoltasi “a porte chiuse”) abbiamo rivolto 28 domande al management dell’azienda, articolate in 6 diversi argomenti: le modalità “a porte chiuse” di svolgimento dell’assemblea e del confronto con gli azionisti; la politica di proprietà della società da modellarsi sulle linee guida stabilite dall’OCSE sul governo societario delle imprese pubbliche; la responsabilità sociale dell’azienda in particolare sul caso dell’Amministratore Delegato Fabrizio Palermo accusato di aver tenuto “atteggiamenti sessisti e umilianti” verso alcune dipendenti della società”; la governance dell’azienda e sui possibili conflitti d’interesse derivanti dalla posizione di alcuni consiglieri di amministrazione all’interno dei vari Comitati di Acea; le politiche di remunerazione; le politiche sul sistema idrico. A fronte di risposte in misura consistente non soddisfacenti o dichiarate non pertinenti all’odg dell’Assemblea, la Fondazione ha avanzato ulteriori domande successive all’AGM e richiesto ed ottenuto un ulteriore incontro (svoltosi presso la sede romana di ACEA il 2 luglio), a seguito del quale abbiamo ottenuto risposte scritte ad ulteriori domande. Il confronto è apparso in tal modo complessivamente molto ampio, registrando una buona disponibilità a fornire chiarimenti, punti di vista e informazioni più dettagliate su tutti gli argomenti toccati. Su alcuni di questi non abbiamo registrato una convergenza o comunque una soddisfazione alle nostre richiesta (restando aperte le domande sulla governance e sul conflitto d’interesse), ma su molti altri (i diversi interventi infrastrutturali come l’ammodernamento del sistema idrico del Peschiera) le risposte sono state chiare, in buona parte soddisfacenti e certamente denotano un’attitudine della società a stabilire un confronto e un dialogo aperti e non reticenti con la Fondazione
2023
Da sei anni, ingaggiamo Acea SpA con l’obiettivo di chiedere impegni misurabili e verificabili. Il focus è sul miglioramento dell’efficienza della gestione idrica, con particolare attenzione alla riduzione delle perdite. Parallelamente, puntiamo ad aumentare l’installazione di impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili.
Il nostro impegno si estende anche alla promozione della trasparenza e misurabilità della politica di remunerazione del management. Inoltre, ci proponiamo di rafforzare la solidità finanziaria dell’intero Gruppo.
Per approfondire
Domande presentate in assemblea e le risposte dell’azienda
Adidas
Fondata nel 1949 da Adolf “Adi” Dassler a Herzogenaurach, in Germania, Adidas è oggi uno dei principali gruppi mondiali nell’abbigliamento e nelle calzature sportive. Quotata in borsa, opera a livello globale con una rete di distribuzione che combina retail fisico e online.
Il 2024 ha segnato un anno di rilancio: il fatturato è salito a 23,7 miliardi di euro (+11% rispetto al 2023), dopo le difficoltà legate alla fine della collaborazione con Kanye West e al marchio Yeezy, che nel 2023 avevano pesato sui conti con una perdita netta di oltre 75 milioni di euro. L’utile netto è tornato positivo, attestandosi a 268 milioni di euro. La ripresa è stata sostenuta dalle forti vendite nel settore delle calzature sportive e dall’espansione dell’abbigliamento tecnico e lifestyle, oltre che da eventi sportivi internazionali e nuove partnership strategiche con il mondo della moda.
Dal punto di vista della governance, Adidas è una società a capitale diffuso senza un azionista di controllo. I principali investitori sono fondi internazionali, tra cui BlackRock, The Vanguard Group e Norges Bank (fondo sovrano norvegese), ciascuno con partecipazioni intorno al 3–4%. Il consiglio di amministrazione è presieduto da Thomas Rabe, mentre dal 2023 l’amministratore delegato è Bjørn Gulden, manager norvegese già alla guida di Puma, che ha avuto un ruolo centrale nel rilancio della società.
Per dimensioni, marchio e capacità di influenzare trend globali, Adidas è un attore chiave dell’industria sportiva e della moda, con un ruolo diretto nelle discussioni su sostenibilità delle filiere, condizioni di lavoro e impatti ambientali della produzione.
Con chi lo facciamo e perché
Abbiamo scelto di fare azionariato critico con Adidas perché è uno dei più grandi marchi sportivi al mondo e il suo modello di produzione ha un impatto diretto sulle condizioni di lavoro di centinaia di migliaia di persone, in particolare nei Paesi del Sud globale dove si concentra la filiera manifatturiera. Adidas è un attore globale e ha quindi una responsabilità diretta nel garantire salari dignitosi, diritti sindacali e pratiche industriali sostenibili.
Nel 2024 Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione del gruppo e ha partecipato per la prima volta all’assemblea degli azionisti a Fürth, vicino a Norimberga. Il 15 maggio 2025 siamo stati presenti per la seconda volta, intervenendo direttamente in assemblea.
L’anno scorso l’intervento è stato portato avanti insieme alla Clean Clothes Campaign (CCC) tedesca e alla campagna internazionale #PayYourWorkers, che chiede alle multinazionali della moda di garantire il pagamento dei salari ai lavoratori e alle lavoratrici rimasti senza reddito durante la pandemia. Nel 2025 la collaborazione si è rafforzata con la campagna #PayYourWorkers e con il Dachverband der Kritischen Aktionärinnen und Aktionäre, la storica rete tedesca di azionisti critici che coordina interventi nelle assemblee delle principali imprese del Paese.
Con Adidas, l’obiettivo del nostro azionariato critico è spingere l’impresa ad assumersi la piena responsabilità sociale della propria filiera, garantendo diritti, salari dignitosi e tutele sindacali a chi produce i suoi capi e le sue scarpe in ogni parte del mondo.
Temi di engagement e risultati
2025
Fondazione Finanza Etica ha partecipato per la seconda volta all’assemblea generale di Adidas, motivata dalle preoccupazioni sollevate dalla campagna internazionale #PayYourWorkers, sostenuta dalla Clean Clothes Campaign e da numerose organizzazioni sindacali e della società civile.
Indennità di fine rapporto e fondo di garanzia
La campagna chiede ad Adidas, così come ad altri grandi marchi del settore (Nike, Hugo Boss, ecc.), di istituire un fondo di garanzia per assicurare il pagamento delle indennità di fine rapporto ai lavoratori impiegati dai subappaltatori in paesi privi di sistemi di protezione sociale adeguati. La richiesta nasce da una criticità strutturale del settore: i lavoratori rischiano di restare privi di tutele in caso di chiusura improvvisa degli stabilimenti o di fallimento dei fornitori. Già nel 2024 Adidas aveva dichiarato che un fondo di garanzia non fosse realizzabile, attribuendo la responsabilità ai fornitori. Tuttavia, si era dimostrata almeno informalmente aperta a valutare soluzioni alternative, come un aumento del prezzo FOB (Free On Board), cioè il prezzo che il brand paga al fornitore per ciascun capo al momento della spedizione dalla fabbrica. Si tratta del valore “alla porta della fabbrica”, che copre i costi di produzione (materiali, manodopera, spese generali, margine del fornitore). Un aumento del FOB significherebbe riconoscere ai fornitori più risorse economiche, che potrebbero essere destinate anche a coprire le indennità di fine rapporto dei lavoratori.
Domande e risposte in assemblea
In assemblea, Fondazione Finanza Etica ha chiesto come fosse possibile avviare un percorso concreto, insieme a ONG e sindacati, per arrivare a un aumento del FOB. Adidas ha ribadito la propria disponibilità al dialogo, ma le risposte si sono rivelate insoddisfacenti: l’azienda ha chiarito di non avere intenzione di aumentare il FOB pagato ai fornitori. Inoltre, ha indicato come priorità attuale la gestione della “guerra dei dazi” con gli Stati Uniti, sottolineando che l’obiettivo principale, nel contesto globale complesso, sia quello di non rescindere i contratti con i fornitori.
Valutazione: sebbene l’azienda si mostri aperta al dialogo, non ha ancora dato segnali concreti di voler affrontare in modo strutturale la questione delle indennità di fine rapporto, rinviando la responsabilità ai fornitori e privilegiando altre priorità strategiche.
2024
Nel corso dell’assemblea 2024 abbiamo chiesto ad Adidas di aderire all’iniziativa #payyourworkers (paga i tuoi lavoratori), promossa dalla Clean Clothes Campaign (CCC). CCC chiede che sia creato un fondo di garanzia per pagare le indennità di licenziamento ai lavoratori impiegati dai subfornitori (nei Paesi in cui non esistono ammortizzatori sociali). Il fondo sarebbe finanziato tramite un contributo dello 0,5% del valore ‘Free on Board’ (FOB) delle merci. Il valore FOB indica il costo totale delle merci al momento del loro caricamento per il trasporto, escludendo eventuali spese successive come assicurazione e trasporto.
Per Adidas, questo significherebbe un contributo di 26,78 milioni di dollari al fondo di garanzia. Una cifra che rappresenta appena lo 0,125% dei suoi ricavi per il 2023, pari a 21,427 miliardi di euro.
L’impresa si è dimostrata disponibile al dialogo ma ha spiegato che non può aderire all’iniziativa di CCC, perché la responsabilità sulle indennità di licenziamento è dei subfornitori e dei Paesi in cui questi hanno sede. L’impresa, almeno informalmente, in uno scambio con gli azionisti critici a margine dell’assemblea si è dimostrata però aperta ad altre soluzioni.
Domande presentate in assemblea
2025
BONIFICHE FERRARESI
BF S.p.A. è una holding agroindustriale italiana nata nel 2014 per acquisire Bonifiche Ferraresi, la più grande azienda agricola del Paese per superficie controllata. Quotata in Borsa Italiana (indice FTSE Italia Mid Cap), ha progressivamente costruito un modello integrato “dal genoma alla forchetta”: ricerca genetica, produzione agricola, trasformazione alimentare e distribuzione attraverso la grande distribuzione organizzata.
Il controllo di Bonifiche Ferraresi ha permesso a BF di disporre di migliaia di ettari coltivati come base produttiva, da cui sviluppare una filiera industriale capace di attrarre capitali privati e istituzionali. Tra gli investitori storici compaiono soggetti di peso, con ruoli molto diversi tra loro. ARUM, la holding di Federico Vecchioni, non è solo un socio finanziario: Vecchioni è anche amministratore delegato di BF, quindi attraverso la sua società personale controlla una quota rilevante e, allo stesso tempo, guida direttamente le strategie del gruppo. Dompé Holdings, legata all’omonimo gruppo farmaceutico milanese attivo nel biotech, rappresenta l’ingresso di capitali industriali esterni al settore agricolo, segnale di come BF sia vista come piattaforma di diversificazione e innovazione anche per player di altri comparti. Fondazione Cariplo, infine, è uno dei più grandi enti filantropici europei: la sua presenza tra gli azionisti conferisce legittimità istituzionale e un profilo più “pubblico”, collegando BF al mondo della finanza etica, della ricerca e della sostenibilità che Cariplo storicamente sostiene. Per spingere l’espansione internazionale, nel 2024 è stato creato il veicolo BF International, in cui sono entrati nuovi partner come Eni Natural Energies con un investimento da 50 milioni di euro. La presenza di Eni non è casuale: riflette l’interesse del governo e delle grandi aziende pubbliche italiane a presidiare la sicurezza alimentare e le filiere agricole anche all’estero, spesso intrecciandola con la strategia energetica nazionale. Un esempio è il progetto in Ghana, dove BF ha avviato investimenti da 90 milioni di euro in partnership pubblico-privata.
Questa rete di partecipazioni e alleanze rende BF non solo un gigante dell’agricoltura italiana, ma anche uno strumento di politica industriale e, in parte, geopolitica. Nonostante le dimensioni e il ruolo crescente, il gruppo resta poco osservato dall’opinione pubblica e dai media, pur incidendo in modo diretto sul futuro del cibo in Italia e sulle strategie di espansione agricola all’estero.
Con chi lo facciamo e perché
Siamo stati interessati a questa azienda grazie a una inchiesta di Altraeconomia che ha rilevato un complesso intreccio di conflitto d’interessi attorno e dentro B.F. Spa. La più grande impresa agricola privata del nostro Paese che ha inglobato, nel corso degli ultimi anni, funzioni, imprese e competenze, tanto pubbliche quanto private. Compreso, di recente, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), ente pubblico economico di diretta emanazione del governo, con compiti di fornire alle imprese agricole e loro associate servizi informativi, assicurativi e finanziari, nonché agevolare il rapporto con il sistema bancario e assicurativo.
Anche Ismea è entrata a far parte dell’azionariato di B.F. Spa (6,04%). In buona compagnia: Eni (con il 5,31%), ad esempio, è un socio molto più importante della quota azionaria detenuta, giacché B.F. Spa deve molta parte dei suoi ricavi dalla vendita di carburanti fossili per i mezzi agricoli. Quindi B.F. Spa vende il prodotto di Eni, che è socio dell’impresa. Intesa Sanpaolo (3,31%), a proposito di servizi bancari e assicurativi, accanto a Ismea, ente pubblico economico che deve agevolare il rapporto delle imprese agricole con il sistema bancario. Inoltre in B.F. Spa troviamo Arum Spa di F.Vecchioni, coeditore de “La Verità” (20,13%), Dompé Holdings (20,04%) colosso del settore sanitario, e ancora Inarcassa e altre Casse di ordini professionali.
Vorremmo vederci un po’ più chiaro e anche capire che cosa fa B.F. Spa per promuovere la biodiversità in agricoltura.
Temi di engagement e risultati
2025
Assemblee a porte chiuse
BF continua a svolgere le assemblee esclusivamente tramite rappresentante designato, senza consentire la partecipazione diretta degli azionisti, nonostante il venir meno del contesto pandemico. Abbiamo contestato questa scelta, che limita i diritti degli azionisti a interloquire con l’impresa. La società ha risposto che la modalità è resa possibile dalla normativa italiana (Legge 21/2024) e adottata anche da altre quotate, senza fornire ulteriori motivazioni.
Valutazione: la chiusura conferma una limitata cultura del confronto con gli azionisti indipendenti e indebolisce la trasparenza societaria.
Governance e conflitti di interesse
Abbiamo chiesto chiarimenti sulla concentrazione di ruoli in capo all’amministratore delegato Federico Vecchioni, che ricopre lo stesso incarico anche in Arum S.p.A., società partecipata indirettamente da Coldiretti. La domanda nasce dal timore che questa sovrapposizione di incarichi possa rafforzare l’influenza di Coldiretti sulle strategie di BF, riducendo l’autonomia del consiglio di amministrazione. L’azienda ha risposto negando qualsiasi rischio di conflitto di interessi, sottolineando che la gestione è demandata esclusivamente al CdA e che BF non è soggetta ad attività di direzione e coordinamento da parte di altri soggetti.
Un’altra domanda ha riguardato l’indipendenza dell’ing. Ciarrocchi, dichiarato amministratore indipendente di BF ma al tempo stesso presidente e AD di Tecnomare, società del gruppo ENI. Abbiamo chiesto se la partnership avviata nel 2024 tra BF (tramite SIS) ed ENI Natural Energies per lo sviluppo di filiere agroenergetiche non potesse compromettere la reale indipendenza di Ciarrocchi. Anche in questo caso la società ha risposto che non emergono elementi tali da inficiare i requisiti di indipendenza, richiamando semplicemente quanto riportato nella Relazione sul governo societario.
Valutazione: le risposte appaiono formali e di circostanza, senza entrare nel merito delle preoccupazioni sollevate. La fitta rete di partecipazioni incrociate e partnership strategiche con soggetti come Coldiretti ed ENI rimane un elemento che può ridurre l’effettiva autonomia del CdA e la trasparenza delle decisioni aziendali.
Competenze ESG del CdA
Dalla rendicontazione 2024 emerge che non esistono ancora processi strutturati per valutare o rafforzare le competenze ESG dei consiglieri di amministrazione. Non sono previsti né percorsi di formazione specifici né una mappatura delle competenze effettivamente presenti. BF ha dichiarato che ogni decisione sarà rimessa al nuovo CdA che verrà nominato nel 2025.
Valutazione: si tratta di un ritardo significativo. In un settore come l’agroindustria, caratterizzato da impatti ambientali e sociali molto rilevanti (uso del suolo, consumo d’acqua, fertilizzanti, biodiversità), è fondamentale che i vertici abbiano competenze specifiche per integrare i fattori ESG nelle decisioni strategiche. L’assenza di un processo di valutazione strutturato mina la credibilità degli impegni dichiarati dall’azienda e la espone al rischio di greenwashing: senza competenze reali e verificabili, le policy ESG restano parole sulla carta.
Obiettivi ESG e remunerazione
Uno degli strumenti più incisivi per indirizzare davvero le strategie aziendali è legare la remunerazione del management al raggiungimento di obiettivi ESG solidi e misurabili. Per questo abbiamo chiesto a BF quali indicatori utilizzi nel Piano di incentivazione 2024. Nella componente variabile di breve periodo alcuni obiettivi ambientali pesano per il 50%, ma riguardano soprattutto certificazioni o attività di formazione interna. Mancano invece target concreti su aspetti cruciali per un gruppo agroindustriale: riduzione delle emissioni, gestione sostenibile del suolo, benessere animale. BF ha risposto che gli obiettivi sono “coerenti con il piano strategico 2023–2027” e allineati agli standard EFRAG (European Financial Reporting Advisory Group, organismo europeo che definisce i criteri per il reporting di sostenibilità).
Valutazione: il riferimento all’EFRAG appare più formale che sostanziale. Senza indicatori quantitativi e verificabili sulle aree di maggiore impatto, il legame tra remunerazione e sostenibilità resta debole, e rischia di ridursi a un esercizio di forma.
Emissioni e decarbonizzazione
Nel 2024 BF ha calcolato per la prima volta la propria carbon footprint completa, includendo le emissioni di Scope 1 (attività dirette come mezzi agricoli e impianti), Scope 2 (energia elettrica acquistata) e Scope 3 (filiera a monte e a valle: produzione e trasporto di fertilizzanti e carburanti, acquisto di sementi e input agricoli, logistica e distribuzione dei prodotti). Tuttavia, l’azienda non ha ancora definito target quantitativi di riduzione, in particolare sulle emissioni di Scope 3, strettamente collegate all’uso di fertilizzanti e carburanti. Proprio questi settori rappresentano oltre il 40% dei ricavi di BF, quindi l’assenza di obiettivi specifici su questo fronte è particolarmente rilevante.
Valutazione: un passo avanti sul reporting, ma senza target concreti di riduzione, soprattutto sulle aree più impattanti, la strategia di decarbonizzazione appare incompleta e rischia di restare puramente formale.
Ricavi da carburanti e fertilizzanti
Oltre il 43% dei ricavi 2024 di BF proviene dalla vendita di carburanti fossili e concimi chimici, due settori che generano un impatto ambientale significativo in termini di emissioni di gas serra e degrado del suolo. Alla nostra domanda su come intenda gestire questa esposizione, l’azienda ha dichiarato soltanto che in futuro “potrà valutare” una diversificazione del business, senza però fissare traguardi temporali o quantitativi.
Valutazione: la dipendenza strutturale da attività ad alto impatto ambientale resta irrisolta. L’assenza di obiettivi chiari di transizione mette BF in ritardo rispetto agli standard di mercato e solleva rischi reputazionali, regolatori e competitivi.
Biodiversità
La società dichiara di destinare almeno il 10% dei terreni a iniziative per la biodiversità fino al 2027, e afferma di aver raggiunto nel 2024 il 35,4%. Tuttavia, considera come “attività per la biodiversità” colture a basso impatto (es. erba medica) o aree senza agrofarmaci su base volontaria, mentre non tiene conto degli elementi paesaggistici inclusi nella strategia UE sulla biodiversità. Inoltre, non utilizza standard riconosciuti a livello internazionale (SBTN, TNFD) né metriche di impatto indipendenti; la mappatura dei fornitori si limita a questionari volontari.
Valutazione: rispetto al 2023, BF ha ampliato la rendicontazione, ma la definizione di biodiversità appare riduttiva e autoreferenziale. L’assenza di metriche robuste e di policy vincolanti rende gli impegni dichiarati difficilmente verificabili e lontani dalle migliori pratiche.
Attività internazionali
BF International ha avviato progetti agricoli in Algeria e Ghana, nel quadro del cosiddetto Piano Mattei. Le nostre domande su due diligence ambientale e sociale, gestione delle risorse idriche e impatti sulle comunità locali hanno ricevuto risposte generiche, rimandando a studi di prefattibilità. Preoccupazioni analoghe sono state sollevate anche da inchieste indipendenti (es. Altreconomia), che hanno evidenziato i rischi di marginalizzazione per le comunità locali in progetti agroindustriali di questo tipo.
Un ulteriore elemento critico riguarda la collaborazione con ENI Natural Energies per lo sviluppo di colture agroenergetiche come ricino e brassica carinata, destinate alla produzione di biocarburanti. Si tratta di colture non alimentari che possono richiedere ampie superfici agricole e, in alcuni casi, irrigazione: in aree vulnerabili come quelle coinvolte, questo comporta rischi di conflitti “food vs fuel”, maggiore pressione sulle risorse idriche, cambi d’uso del suolo e perdita di biodiversità.
Valutazione: senza impegni trasparenti su diritti umani, standard internazionali di due diligence e limiti chiari sull’uso di acqua e terra, i progetti internazionali di BF appaiono ad alto rischio e segnano una forte dipendenza da partnership con grandi gruppi energetici, più che una reale transizione sostenibile.
2024
Abbiamo concentrato il nostro primo engagement, in collaborazione con SfC-Shareholders for Change. con la società sul tema della biodiversità e su come B.F. la integra nella sua strategia. Questo perché la perdita dell’integrità della biosfera è un problema ambientale forse addirittura peggiore dell’immissione di CO2 in atmosfera. Per integrare questo tema nelle proprie strategie occorre considerare e fronteggiare alcuni rischi (operativi/fisici, normativi, di transizione e reputazionali). Nella Dichiarazione Non Finanziaria 2023 B.F. Spa accenna in modo assai generico alle politiche che intende mettere in atto per limitare l’impatto della propria attività in campo agricolo sulla biodiversità. Abbiamo chiesto spiegazioni e la società ha risposto rimandando alle diverse pagine della Dichiarazione Non Finanziaria, senza fornire risposte dettagliate, dimostrando che non hanno informazioni concrete da condividere. Per esempio, alla domanda sugli standard e parametri internazionali utilizzati per valutare gli impatti, BF SpA ha risposto che al momento non ne utilizzano alcuno. Quando abbiamo chiesto quali indicatori specifici usano per misurare dipendenze e impatti, la risposta è stata che attualmente non vengono utilizzati indicatori specifici. Abbiamo anche chiesto quale percentuale delle attività di BF dipenda dai servizi ecosistemici, ma la società ha risposto che questa percentuale non viene attualmente calcolata. Inoltre, riguardo alle politiche verso i fornitori relativamente al loro impatto sulla biodiversità, BF SpA ha dichiarato che non sono previste tali politiche e che non è prevista la comunicazione di queste informazioni al mercato. Infine, sul tema del sostegno a iniziative locali per preservare la biodiversità, la risposta è stata che nel corso del 2023 non ci sono state attività in tal senso.
Queste risposte indicano che BF SpA attualmente non utilizza standard internazionali, non misura specificamente le dipendenze e gli impatti ecologici delle sue attività, né adotta politiche verso i fornitori riguardo alla biodiversità o sostiene iniziative locali per la preservazione della biodiversità.
Abbiamo posto una serie di domande anche riguardo a collaborazioni e accordi specifici, come quelli con Eni per la produzione di biocarburanti e il rilascio della concessione per la coltivazione in Algeria. La risposta della società è stata che queste informazioni non sono divulgabili al pubblico. Tuttavia, sembra difficile che l’azienda non comprenda che gli azionisti, in quanto proprietari e investitori nell’azienda, hanno un interesse legittimo a conoscere come la “loro” azienda si comporta.
Inoltre, abbiamo sollevato la questione della partecipazione di Ismea, ente pubblico economico di diretta emanazione del governo, nel capitale di BF SpA. Contestiamo questa partecipazione è discutibile, poiché Ismea dovrebbe garantire strumenti e conoscenze per un corretto svolgimento del mercato, non essere un attore di mercato. La sua partecipazione, infatti, potrebbe costituire un fattore di distorsione o creare un potenziale conflitto d’interesse. La risposta dell’azienda, “le azioni BF sono quotate sul MTA e quindi acquistabili da chiunque“, è stata deludente e poco rassicurante.
Consideriamo anche che BF SpA non sembra abituata a rispondere agli azionisti indipendenti nei contesti in cui è obbligata a farlo. Sarà quindi compito della Fondazione interloquire con l’azienda per stimolarla a un confronto più trasparente e corretto con i propri azionisti. Tuttavia, al momento, la situazione appare caratterizzata da una notevole reticenza da parte della società.
Per approfondire
Domande presentate in assemblea e le risposte dell’azienda
2024
Enel
Enel è una multinazionale italiana attiva nella produzione e distribuzione di elettricità e gas. È uno dei maggiori operatori energetici al mondo e leader nel settore delle energie rinnovabili. Fondata nel 1962 come ente pubblico per l’elettrificazione nazionale, si è trasformata in società per azioni nel 1992 ed è quotata in borsa dal 1999. Nel corso degli anni ha ampliato le proprie attività in Europa, America Latina e Nord America.
Per dimensioni e influenza globale, Enel gioca un ruolo decisivo nella transizione energetica. Le sue scelte su carbone, gas, rinnovabili e nuove tecnologie incidono direttamente sugli obiettivi climatici internazionali e sulla sostenibilità del sistema energetico.
Nel 2023 il governo italiano ha nominato Paolo Scaroni presidente e Flavio Cattaneo amministratore delegato, sostituendo la gestione guidata da Francesco Starace (2014–2023), che aveva orientato la società verso una politica di decarbonizzazione più ambiziosa. L’azionista di controllo resta il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Nel 2024 Enel ha registrato ricavi da gestione caratteristica pari a 78,9 miliardi di euro, in calo del 17,4% rispetto ai 95,6 miliardi del 2023. La contrazione è dovuta principalmente alla normalizzazione dei prezzi dell’energia dopo il picco del biennio 2021–2022.
Con chi lo facciamo e perché
2025
Abbiamo scelto di fare azionariato critico con Enel perché è la più grande utility italiana e una delle maggiori al mondo: le sue decisioni sugli investimenti energetici hanno un impatto diretto sugli obiettivi climatici globali e sul futuro della transizione in Italia ed Europa. Enel è quindi un attore sistemico, e le sue scelte su carbone, gas, rinnovabili e nuove tecnologie incidono non solo sul mercato, ma sulla vita quotidiana di milioni di persone.
Per questo, già nel 2007 Fondazione Finanza Etica ha acquistato azioni Enel e dal 2008 partecipa in modo continuativo alle assemblee degli azionisti. Si tratta di un lavoro lungo quasi vent’anni, che testimonia la nostra volontà di seguire l’azienda nel tempo e di incidere sulle sue scelte strategiche.
Inizialmente l’engagement è stato condotto insieme a organizzazioni come Re:Common e Greenpeace Italia, con un approccio fortemente conflittuale, necessario per denunciare la persistenza di investimenti in carbone, nucleare e grandi dighe in America Latina. Quel lavoro ha dato visibilità internazionale e ha costretto l’azienda a confrontarsi con le sue contraddizioni.
Negli anni successivi, con l’arrivo di Francesco Starace alla guida (2014–2023) e l’avvio di una politica più ambiziosa di decarbonizzazione, abbiamo affiancato alla fase di denuncia una strategia di dialogo strutturato, rafforzata dall’ingresso nella rete europea di investitori Shareholders for Change. Non si è trattato di “ammorbidire” le critiche, ma di renderle più efficaci, portandole dentro un contesto di azionisti istituzionali che condividono le nostre preoccupazioni e che possono spostare maggiori risorse e attenzione sulle questioni ambientali e sociali.
Fino al 2023 abbiamo collaborato anche con l’Investor Alliance for Human Rights (IAHR), una rete statunitense che riunisce investitori internazionali impegnati a promuovere il rispetto dei diritti umani. In questo quadro abbiamo sollevato con Enel il tema del rischio di lavoro forzato nello Xinjiang, in Cina, dove la minoranza uigura è sottoposta a sorveglianza e sfruttamento lavorativo. Il nostro obiettivo era verificare se, lungo la catena di fornitura dei pannelli solari, vi fossero collegamenti diretti o indiretti con queste pratiche.
Dal 2023, con la nuova governance nominata dal governo Meloni (Paolo Scaroni presidente e Flavio Cattaneo amministratore delegato), manteniamo un atteggiamento più cauto, poiché il nuovo management appare meno radicato sui temi della transizione energetica. Tuttavia, Enel continua a dimostrarsi disponibile al dialogo. Nel maggio 2025 abbiamo organizzato una call con il team sostenibilità di Enel insieme a Lannebo, il più grande asset manager indipendente dei Paesi nordici, con una lunga esperienza nella gestione responsabile del capitale. Questo lavoro congiunto dimostra come l’alleanza tra investitori istituzionali e azionariato critico possa rafforzare le richieste di una transizione giusta, trasparente e rispettosa dei diritti umani.
2024
Dal maggio del 2023, da quando cioè il Consiglio di Amministrazione di Enel è stato profondamente modificato per volontà del governo Meloni, l’atteggiamento di FFE nei confronti di Enel è diventato più cauto. Al posto di Francesco Starace il governo ha infatti nominato Flavio Cattaneo, che sulla carta ha meno esperienza sui temi della transizione energetica. Mentre alla presidenza è stato nominato Paolo Scaroni, già amministratore delegato di Eni: un campione del gas e del petrolio.
2023
Fondazione Finanza Etica ha acquistato azioni di Enel nel 2007 e, dal 2008, partecipa alle assemblee della società per promuovere una transizione verso l’energia rinnovabile.
Inizialmente, ha collaborato con associazioni come ReCommon e Greenpeace Italia; ora lavora con la rete di investitori “SfC – Shareholders for Change,” in particolare con membri che possiedono azioni di Enel.
Dal 2022 collabora anche con l’alleanza di investitori per i diritti umani IAHR Investor Alliance for Human Rights, in particolare sul tema dell’approvvigionamento di pannelli solari dalla Cina, che in alcuni casi sarebbero prodotti nella regione dello Xinjiang, da operai della minoranza uigura sottoposti a lavoro forzato.
Nel corso degli ultimi 15 anni, la Fondazione ha criticato apertamente Enel, soprattutto sotto la guida dell’ex amministratore delegato Fulvio Conti. Le critiche hanno riguardato gli investimenti in carbone e nucleare e i progetti di dighe in Patagonia cilena. Tali critiche hanno ottenuto un certo impatto e hanno ricevuto sostegno da altre organizzazioni, campagne e persino da due vescovi, uno in Cile e uno in Guatemala.
Dal 2014, con il cambio di leadership e l’arrivo di Francesco Starace, Enel ha adottato una politica di decarbonizzazione ambiziosa, mirando a “zero emissioni” entro il 2040, diversamente dalla maggior parte delle altre società energetiche che puntano al “net zero” entro il 2050. Questo approccio più ambizioso è stato ben accolto dalla Fondazione. Sotto la guida di Starace, Enel è diventata una leader globale nel settore delle energie rinnovabili.
Parallelamente, la Fondazione ha modificato il suo approccio a Enel, passando da uno scontro iniziale a un dialogo costruttivo e alla cooperazione. Ha apprezzato i cambiamenti nelle politiche aziendali riguardanti il carbone in Colombia, la centrale del Mercure e l’approvvigionamento di moduli solari. Le richieste e le osservazioni della Fondazione hanno ottenuto risposte tempestive, impegni precisi e azioni concrete da parte di Enel.
Temi di engagement e risultati
2025
Nel 2025 il nostro engagement con Enel si è concentrato su tre aree chiave: la catena di fornitura e i diritti umani, i progetti di rilocalizzazione produttiva in Europa, e la posizione della società sul nucleare e sulle rinnovabili.
Questi temi sono stati affrontati sia nella call con Enel e l’investitore svedese Lannebo, sia nelle domande scritte inviate prima dell’assemblea. È mancato invece il confronto diretto, perché l’assemblea degli azionisti si è svolta ancora una volta a porte chiuse, senza possibilità di intervento.
Assemblee a porte chiuse
Da anni Enel sceglie di svolgere le assemblee degli azionisti senza la possibilità di intervento diretto. Anche nel 2025 gli azionisti hanno potuto solo inviare domande scritte, a cui la società ha risposto poco prima dell’assemblea.
Valutazione: questa modalità resta una criticità di governance, perché limita il confronto trasparente e la possibilità di un dibattito pubblico su temi rilevanti.
Catena di fornitura e diritti umani
Il settore dell’energia rinnovabile dipende fortemente da catene di fornitura globali, in particolare per i pannelli solari. Una parte rilevante della produzione mondiale di componenti avviene nello Xinjiang, in Cina, dove la minoranza uigura è sottoposta a sorveglianza e programmi di lavoro forzato. Enel ha dichiarato che non acquista materiali provenienti da questa regione e che chiede ai fornitori una mappatura completa della filiera, valutandoli anche sulla base di criteri sociali e ambientali.
Valutazione: si tratta di un impegno positivo, ma rimangono dubbi sulla possibilità di controllare in modo indipendente filiere lunghe e frammentate, che attraversano numerosi paesi e livelli di subappalto.
Reshoring e nuove produzioni
Negli ultimi anni si è acceso in Europa il dibattito sulla dipendenza dalla manifattura cinese per i pannelli solari. Enel ha annunciato di voler riportare parte della produzione sul territorio europeo, così da rendere la catena di approvvigionamento più sicura e trasparente. Un primo passo concreto è la costruzione in Sicilia di un nuovo impianto con una capacità di circa 3 gigawatt all’anno, sufficiente ad alimentare un milione di abitazioni.
Valutazione: il progetto segna un passo positivo verso maggiore autonomia e resilienza industriale. Restano però poco chiari i tempi e gli obiettivi di lungo periodo, elementi essenziali per valutare l’effettivo impatto della scelta.
Nucleare e strategie energetiche
Il ritorno del dibattito sul nucleare in Italia ha reso necessario un chiarimento della posizione di Enel. La società ha precisato che il suo impegno riguarda solo attività di ricerca e che non ci sono progetti per nuove centrali. Per quanto riguarda le rinnovabili, Enel intende potenziare l’energia eolica, mentre prevede una riduzione temporanea del solare. La società spiega che oggi la rete non è in grado di assorbire tutta l’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici già installati, creando un eccesso di capacità.
Valutazione: la conferma dell’assenza di nuovi piani nucleari è positiva. L’aumento dell’eolico è un segnale incoraggiante, ma il rallentamento del solare solleva interrogativi: per rispettare l’obiettivo di zero emissioni entro il 2040 sarà necessario mantenere un equilibrio coerente tra tutte le fonti rinnovabili, evitando squilibri che possano rallentare la transizione.
Geotermia (Lazio e Monte Amiata, Toscana)
Enel considera la geotermia una tecnologia chiave per diversificare il mix rinnovabile. Nel Lazio i progetti sono ancora in fase di studio preliminare, mentre sul Monte Amiata (Toscana) la società ha annunciato investimenti per quasi 3 miliardi di euro destinati al rinnovo e all’ammodernamento degli impianti esistenti e alla costruzione di tre nuove centrali. Enel assicura che saranno utilizzate tecnologie avanzate per ridurre le emissioni, senza consumo di acqua potabile né impatti sulle falde.
Valutazione: la scelta di investire in geotermia conferma la volontà di esplorare soluzioni innovative. Tuttavia, restano aperti interrogativi sugli effettivi impatti ambientali e sociali, che richiedono un monitoraggio indipendente e trasparente.
Riconversione della centrale di Civitavecchia
La chiusura della centrale a carbone di Civitavecchia rappresenta un passaggio simbolico per la transizione energetica in Italia. Enel ha annunciato un piano di “giusta transizione” che prevede il mantenimento dei dipendenti all’interno del Gruppo, programmi di formazione per aggiornare le competenze e il coinvolgimento dell’indotto locale. La società ha inoltre dichiarato la disponibilità a partecipare a un tavolo con governo e imprese per favorire la reindustrializzazione del sito.
Valutazione: la tutela dei posti di lavoro e l’impegno a sostenere l’economia del territorio sono elementi positivi.
2024
Fondazione Finanza Etica ha inoltrato circa 30 domande a Enel, in particolare su due temi:
- il ‘reshoring’ della produzione di pannelli solari dalla Cina all’Europa, per eliminare o comunque minimizzari i rischi di violazioni dei diritti umani.
- l’eventuale impegno della società nel nucleare.
Relativamente al ‘reshoring’, FFE ha chiesto informazioni sullo stato di avanzamento di ogni singolo progetto di reshoring di Enel (volumi di produzione previsti, tempistiche della produzione, ecc.). Inoltre, ha chiesto esplicitamente entro quando il ‘reshoring’ riuscirà a sostituire completamente l’importazione di pannelli dalla Cina.
Enel ha dato informazioni solo sul principale progetto di ‘reshoring’ attualmente in corso: la gigafactory 3Sun di Catania, che impiega già 420 persone e potrà produrre più di 5 milioni di moduli all’anno per un totale di 3 GW di capacità elettrica. Enel non ha però dato informazioni su altri progetti analoghi né ha fornito dettagli su quando la produzione cinese sarà completamente sostituita da quella italiana, o europea. Al momento non è possibile sapere in quale percentuale i pannelli siano ancora prodotti in Cina.
Visto che le risposte alle domande sul ‘reshoring’ sono state poco soddisfacenti, Fondazione Finanza Etica ha richiesto un incontro a Enel, a cui parteciperanno anche l’investitore svedese Öhman (parte della rete IAHR, si veda sopra) e i membri di Shareholders for Change che investono attualmente in Enel.
Per quanto riguarda l’energia nucleare, Enel ha risposto di essere a favore della neutralità tecnologica. Le nuove tecnologie nucleari sono considerate una possibile componente del mix energetico per raggiungere i target di decarbonizzazione fissati al 2050 a costi competitivi. Questo nonostante, come segnalato da FFE nelle sue domande, le nuove tecnologie nucleari siano fortemente dipendenti dalla Russia, unico fornitore economicamente sostenibile di uranio ad alto dosaggio e a basso arricchimento (HALEU), che sarà necessario per alimentare la nuova generazione di reattori avanzati.
Al momento Enel produce il 12% dell’energia grazie alle centrali nucleari che controlla in Spagna, attraverso la controllata Endesa. Gli investimenti nelle nuove tecnologie nucleari SMR/AMR, che vedranno le prime applicazioni commerciali a partire dai primi anni 2030, sono ancora molto limitati.
2023
Nel corso dell’assemblea della società, che si è tenuta a Roma nel maggio del 2023, abbiamo espresso preoccupazione per il cambiamento inatteso della governance, voluto dal governo Meloni. L’uscita di scena forzata di Francesco Starace e la nomina di un campione del petrolio e del gas come Paolo Scaroni è per noi un grande motivo di preoccupazione sugli obiettivi futuri della società. Come azionisti critici abbiamo chiesto ad Enel di continuare ad essere un esempio avanzato di transizione energetica. Allo stesso tempo monitoreremo con severità gli obiettivi di decarbonizzazione che Enel si è posta e torneremo allo scontro se necessario.
Enel è stata l’unica grande società italiana ad aver organizzato l’assemblea degli azionisti in presenza nel 2023. Le domande di Fondazione sono state quindi formulate sia in forma scritta, prima dell’assemblea, sia direttamente a voce, nell’ambito della discussione assembleare. Per tutte le altre imprese italiane, a causa della proroga del Decreto “Cura Italia”, è stato possibile inviare solo domande scritte a cui le imprese hanno risposto in forma scritta prima delle assemblee, che si sono svolte tutte a porte chiuse.
Per approfondire
Domande presentate in assemblea e le risposte dell’azienda
2025
2024
Endesa
Endesa è la più grande società di energia elettrica in Spagna, con una attività prevalentemente concentrata sul mercato interno. È controllata al 92% da Enel dal 2009. Le attività di produzione, distribuzione di energia elettrica e gas sono concentrate in Spagna, Portogallo, Marocco. Utilizza centrali elettriche, termiche, nucleari, idroelettriche e a ciclo combinato. Nel 2023, Endesa ha registrato ricavi della gestione caratteristica pari a 29,16 miliardi di euro. Questa cifra rappresenta una diminuzione rispetto ai ricavi del 2022, che erano stati di 34,13 miliardi di euro.
Con chi lo facciamo e perché
La partecipazione all’Assemblea degli Azionisti di Endesa mira a dare voce alle migliaia di persone che, nonostante siano in regola con il pagamento delle bollette della luce, subiscono tagli nell’approvvigionamento elettrico, con un grave impatto sulla loro vita quotidiana.
Alianza contra la Pobreza Energética e Fundación Finanzas Éticas hanno precedentemente sollevato domande a Endesa riguardo allo stato precario della rete di distribuzione e alla mancanza di investimenti e manutenzione in quartieri delle città dell’Andalusia e della Catalogna.
Temi di engagement e risultati
2024
Nell’Assemblea Generale degli Azionisti 2023 la Fundación ha ceduto la sua possibilità di intervento a Alianza contra la Pobreza Energética (APE) e Asociación Pro-Derechos Humanos de Andalucía (APDHA). Queste due realtà hanno chiesto al Consiglio di Amministrazione dell’azienda quali misure concrete intendono adottare per evitare i continui tagli di corrente elettrica che affliggono diverse zone dell’Andalusia, in particolare diversi quartieri della città di Granada, compromettendo gravemente la vita quotidiana dei residenti. Grazie a questo intervento e alla collaborazione con Shareholders for Change e la loro interlocuzione con ENEL, da settembre 2023 abbiamo tenuto diverse riunioni con l’azienda, a cui hanno partecipato rappresentanti della Fundación, APDHA e APE, insieme a rappresentanti di varie aree di ENDESA (Direzione Generale di Distribuzione, Direzione di Responsabilità Sociale Corporativa, Responsabile Area Tecnica di Granada e Responsabile della Regolamentazione). In totale, si sono svolti tre incontri tra settembre e aprile 2024, nelle quali l’azienda ha condiviso i dati richiesti e i miglioramenti apportati nelle zone colpite e si è mantenuto un dialogo per cercare soluzioni, anche con la partecipazione volontaria di due ingegneri, docenti di una università spagnola. Dato che questo processo di dialogo è ancora in corso, non abbiamo partecipato all’Assemblea degli Azionisti della compagnia nel 2024.
2023
Il 28 aprile 2023, in occasione dell’Assemblea Generale degli Azionisti di Endesa, le organizzazioni Alianza contra la Pobreza Energética, Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (APDHA) e Fundación Finanzas Éticas hanno interrogato il Consiglio di Amministrazione dell’azienda riguardo alle misure concrete per evitare i continui tagli di energia elettrica che da anni colpiscono diverse zone dell’Andalusia.
Durante l’intervento, si è cercato di evidenziare la situazione di località come Granada, Siviglia, Almería, Iznalloz o Pinos Puente, molte delle quali hanno quartieri particolarmente vulnerabili e soffrono di interruzioni continue nell’approvvigionamento elettrico che possono arrivare fino a 12 ore al giorno. Allo stesso tempo, si è cercato di mettere in luce, attraverso esempi concreti, come i tagli di corrente incidano sulla salute delle persone e sulla loro vita quotidiana.
ENI
Eni S.p.A. è una delle maggiori multinazionali energetiche europee, con attività che spaziano dal petrolio e gas naturale alla chimica, dall’energia elettrica (fossile e rinnovabile) alla biochimica e alla mobilità sostenibile.
Fondata nel 1953 da Enrico Mattei come ente pubblico, è stata trasformata in società per azioni nel 1992 e quotata in borsa nel 1995. Nel corso dei decenni ha consolidato la sua presenza internazionale, arrivando a operare in oltre 60 paesi.
Eni è uno dei principali produttori di combustibili fossili in Europa e il suo modello di business ha un impatto diretto sulla crisi climatica. Le decisioni di questa impresa incidono non solo sugli obiettivi di decarbonizzazione italiani ed europei, ma anche sulla giustizia ambientale e sociale nei paesi in cui opera.
Il principale azionista è lo Stato italiano, che controlla circa il 30,5% del capitale tramite il Ministero dell’Economia e la Cassa Depositi e Prestiti. Questo garantisce a Eni un legame stretto con la politica energetica nazionale.
Nel 2024 Eni ha registrato ricavi da gestione caratteristica pari a 88,8 miliardi di euro, in calo rispetto ai 93,7 miliardi del 2023. La flessione è legata alla diminuzione dei prezzi internazionali di petrolio e gas, alla riduzione dei margini nella raffinazione e al rallentamento del segmento gas naturale liquefatto (LNG). Nonostante ciò, la società ha distribuito 5,1 miliardi di euro agli azionisti (tra dividendi e riacquisto di azioni proprie). Lo Stato italiano ha incassato circa 1,0 miliardo di euro di dividendi da Eni per l’esercizio 2024.
Con chi lo facciamo e perché
2025
L’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica verso Eni è iniziato nel 2008 in collaborazione con ReCommon, a cui si sono poi affiancate Greenpeace Italia, Legambiente, Fondazione A Sud, Un Ponte Per, Transport & Environment e molte altre realtà della società civile.
Il nostro impegno nasce dalla convinzione che il modello fossile di Eni – centrato su petrolio e gas – non sia compatibile con la crisi climatica e con il rispetto dei diritti umani.
Nel 2025 abbiamo raccolto e presentato circa cento domande insieme a una rete più ampia di organizzazioni, tra cui A Sud, Transport & Environment, Fada Collective, Un Ponte Per e Legambiente. In questo modo Fondazione Finanza Etica agisce come cassa di risonanza e strumento tecnico per la società civile: traduce istanze, dati e preoccupazioni in domande puntuali al consiglio di amministrazione e all’amministratore delegato, dando voce a chi normalmente resterebbe fuori da questi spazi.
Eni si è detta disponibile a un incontro diretto con la Fondazione nella sede di Milano nell’autunno 2025.
2024
L’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica verso Eni è partito già nel 2008, in collaborazione con ReCommon, a cui si sono poi aggiunti Greenpeace Italia, Fondazione A Sud e Un Ponte Per.
Eni è una delle maggiori compagnie petrolifere europee. Le principali critiche di Fondazione riguardano quindi lo stesso modello di business della società, orientato allo sfruttamento delle fonti fossili (gas e petrolio), con elevate emissioni di gas serra.
Temi di engagement e risultati
2025
Nel 2025 il nostro impegno con Eni si è concentrato su tre aree principali: la governance e i rapporti con la società civile, i progetti di transizione energetica e le attività nei paesi più fragili.
Abbiamo raccolto circa 100 domande insieme ad altre organizzazioni della società civile e le abbiamo inviate alla società prima dell’assemblea. Anche quest’anno, infatti, l’assemblea si è svolta a porte chiuse: nessuna possibilità di intervento diretto, solo risposte scritte arrivate pochi giorni prima.
Governance e libertà civili
Abbiamo chiesto maggiore chiarezza sulle competenze in materia ambientale e sociale dei membri del consiglio di amministrazione di Eni, che al momento non sono rese pubbliche in modo trasparente. Un altro tema importante riguarda il ricorso da parte di Eni a cause legali contro giornalisti e associazioni critiche verso le sue attività.
Valutazione: la mancanza di trasparenza sul consiglio di amministrazione e l’uso di azioni legali rischiano di limitare il dibattito pubblico. In questo modo Eni dà l’immagine di un’azienda che preferisce difendersi nelle aule di tribunale invece che rispondere apertamente alle critiche.
Transizione energetica
Eni presenta diversi progetti per ridurre le emissioni, ma molti sollevano dubbi su efficacia e coerenza.
Coltivazioni in Kenya. Eni sta promuovendo la coltivazione di piante non alimentari per produrre biocarburanti nei propri impianti. Restano però interrogativi: che vantaggi reali hanno i piccoli produttori locali? Quanto terreno agricolo viene sottratto alle colture alimentari? E quali rischi ci sono di impatti ambientali come perdita di biodiversità?
Cattura e stoccaggio della CO₂ a Ravenna. Il progetto prevede di intrappolare l’anidride carbonica sottoterra. Ma non è chiaro quanto questa tecnologia sia davvero efficace, quanto costi e quante risorse pubbliche vengano impiegate per sostenerla.
Idrogeno e data center. Eni annuncia nuovi investimenti in idrogeno e infrastrutture digitali. Ma non spiega con chiarezza quanta energia servirà né quali saranno gli impatti ambientali.
Valutazione: nel complesso, più che un piano organico di riduzione delle emissioni, Eni sembra presentare un insieme di progetti sperimentali. Il rischio è che servano più a costruire un’immagine “verde” che a ridurre davvero la dipendenza da petrolio e gas.
Attività in aree ad alto rischio
Le operazioni di Eni in Iraq hanno suscitato domande sugli impatti ambientali dei giacimenti, sull’accesso all’acqua per le comunità locali, sulla presenza di forze militari a protezione degli impianti e sui rapporti con le autorità locali.
Valutazione: le risposte di Eni sono state vaghe e non hanno chiarito i rischi concreti. Continuare a operare in contesti segnati da conflitti e violazioni dei diritti resta una contraddizione evidente con gli impegni di sostenibilità che l’azienda dichiara.
2024
Anche Eni ha deciso di svolgere l’assemblea degli azionisti del 2024 a porte chiuse, privando gli azionisti di una possibilità unica di interazione diretta con l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della società. A Fondazione Finanza Etica e alle altre associazioni coinvolte da anni in iniziative di azionariato critico non è rimasta altra possibilità che l’invio di domande scritte, raccolte anche dalle associazioni A Sud e Un Ponte Per. I temi delle oltre 80 domande scritte sono stati in particolare tre:
- l’esplorazione di gas in Palestina;
- l’utilizzo di derivati dell’olio di palma nelle bioraffinerie;
- il raggiungimento del ‘plateau’ di produzione di idrocarburi, che sarà seguito da una diminuzione progressiva della produzione.
Le risposte sull’esplorazione di gas in Palestina, che potrebbe essere a rischio di violazione del diritto internazionale (in quanto si saccheggerebbero risorse naturali sovrane del popolo palestinese), sono state abbastanza chiare. Eni ha partecipato al bando di Israele per le licenze di esplorazione nel luglio del 2023, quindi «prima dell’escalation geopolitica iniziata il 7 ottobre». «L’annuncio dell’aggiudicazione è avvenuto il 29 ottobre 2023 e ad oggi nessuna licenza è stata ancora emessa e, pertanto, nessuna attività è stata avviata nell’area». In più non sono stati ancora scoperti idrocarburi. Quindi è tutto fermo.
Sui derivati dell’olio di palma, in particolare il PFAD (acidi grassi di palma distillati), nel 2020 la società si era impegnata a smetterlo di usarlo nelle sue bioraffinerie entro il 2023. Prima dell’assemblea del 2024 Eni risponde invece che continuerà ad usarlo perché nel frattempo è cambiata la normativa e il mercato si è evoluto. Il PFAD è diventato uno «scarto di produzione valorizzabile a fini energetici». Questo nonostante studi scientifici dimostrino come i PFAD siano peggiori per il clima rispetto al diesel fossile e non molto meglio dell’olio di palma grezzo (che Eni ha smesso di usare nell’ottobre del 2022), come sostiene l’organizzazione T&E (Transport & Environment).
Per quanto riguarda il raggiungimento del ‘plateau’ di produzione, nel 2020 Eni aveva dichiarato che nel 2025 avrebbe raggiunto il massimo di produzione di petrolio e gas e poi la produzione sarebbe gradualmente scesa. Nel frattempo il termine per il raggiungimento del ‘plateau’ si è spostato al 2030. Quindi fino al 2030 Eni aumenterà la sua produzione di petrolio e gas. Nel giugno del 2024, in un incontro online con un gruppo di investitori etici, a cui hanno partecipato anche Fondazione Finanza Etica e altri membri di SfC – Shareholders for Change, Eni ha spiegato che, anche se il raggiungimento del plateau è stato spostato in avanti, dal punto di vista del raggiungimento degli obiettivi climatici non cambierebbe nulla. Le quantità di petrolio e gas prodotte complessivamente al raggiungimento del plateau sarebbero le stesse che sarebbero state prodotte al 2025, in base al piano precedente. In sostanza, Eni ha diluito la crescita della produzione su un orizzonte temporale più ampio. Ma la crescita sarebbe la stessa.
Per la Fondazione e gli altri investitori critici qualsiasi crescita della produzione di petrolio e gas è attualmente un problema, a causa dell’accelerazione del riscaldamento climatico, confermata dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Se poi la crescita della produzione viene diluita su più anni futuri, c’è il rischio che le quantità incrementali di emissioni prodotte si liberino in un contesto di riscaldamento climatico ulteriormente accelerato, generando ancora più danni al clima.
2023
Nell’assemblea del 10 maggio 2023 Fondazione Finanza Etica ha posto più di cento domande ad Eni riguardo al suo piano di decarbonizzazione al 2050, agli investimenti nei biocarburanti e ai rischi ambientali e per i diritti umani dei suoi giacimenti in Italia e nel mondo. Le risposte, pervenute prima dell’assemblea, sono state in gran parte insoddisfacenti.
Fondazione Finanza Etica, rappresentando l’associazione A Sud, ha anche posto domande specifiche sulla presenza di Eni nei territori italiani, in particolare a Gela, in Sicilia, dove Eni ha chiuso il polo petrolchimico nel 2014 per sostituirlo con una bioraffineria. Tuttavia, uno studio condotto nel 2018 nel golfo di Gela ha rilevato perturbazioni negli ecosistemi marini dovute alle attività industriali, nonostante la bonifica svolta. Eni ha sostenuto la piena compatibilità ambientale delle sue nuove attività, basandosi sulle autorizzazioni ottenute nel tempo.
Il piano di decarbonizzazione di Eni è stato criticato per l’ampio ricorso alle tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2, ancora in fase di sviluppo e oggetto di critiche internazionali. Nonostante ciò, Eni ha mantenuto la sua posizione.
Inoltre, la Fondazione ha sollevato domande sulla presenza di Eni in Iraq per conto dell’associazione Un Ponte Per, basandosi su una ricerca critica condotta sul campo. Questa ricerca mette in dubbio la promessa di Eni di creare sviluppo e stabilità in Iraq, anche se riserva l’80% dei posti di lavoro creati dall’estrazione di petrolio alla manodopera locale. Si è anche evidenziato che l’attività estrattiva di Eni può ridurre le quantità d’acqua disponibili e mettere a rischio la salute delle popolazioni locali. Eni ha risposto affermando che usa acqua non adatta agli usi civili e attribuendo i danni alla salute ad altre fonti di inquinamento, senza fornire dati precisi.
Per approfondire
2023
- Le risposte di Eni agli azionisti critici lasciano aperti molti dubbi
- ReCommon, Greenpeace Italia e 12 cittadini fanno causa contro Eni
- In piena crisi climatica Eni fa causa alle Ong
- Cosa sappiamo (e cosa non sappiamo) della presenza di Eni in Iraq
- Val d’Agri, Ravenna, Taranto. L’impatto di Eni sulle comunità italiane
Domande presentate in assemblea e le risposte dell’azienda
2025
2024
Fincantieri
Fincantieri S.p.A. è il principale gruppo europeo della cantieristica navale e uno dei più grandi al mondo, con sede a Trieste. Fondata nel 1959 come azienda pubblica nell’ambito dell’IRI, è stata trasformata in società per azioni nel 1989 ed è oggi controllata per il 71,3% da CDP Industria, holding di Cassa Depositi e Prestiti. Dal 2014 è quotata alla Borsa di Milano, dove fa parte dell’indice FTSE Italia Mid Cap.
L’azienda opera in diversi settori: costruzione di navi da crociera, traghetti e yacht, realizzazione di mezzi navali per la difesa (fregate, corvette, sottomarini), nonché servizi di riparazione e refitting. Negli ultimi anni il comparto militare ha assunto un peso crescente, grazie a commesse per la Marina Militare italiana e per diversi governi esteri, consolidando il ruolo di Fincantieri come attore strategico sia per la difesa nazionale che per i mercati internazionali.
Nel 2024 il fatturato ha raggiunto 8,13 miliardi di euro, in crescita del 6,2% rispetto ai 7,65 miliardi del 2023. Dopo una perdita nel 2023, il gruppo torna in utile con 27 milioni di euro netti. Alla fine del 2024 conta 22.588 dipendenti, distribuiti tra stabilimenti italiani ed esteri.

Per dimensioni, presenza internazionale e legame con lo Stato, Fincantieri è uno snodo centrale dell’industria italiana e un esempio del crescente intreccio tra cantieristica civile e militare. Il suo ruolo industriale e istituzionale la rende una realtà rilevante anche per le ricadute in termini di clima, diritti, governance e sostenibilità nel settore della difesa.
Con chi lo facciamo e perché
2025
Abbiamo scelto di fare azionariato critico con Fincantieri perché è uno dei più grandi gruppi cantieristici al mondo e un asset strategico per l’Italia. Oltre a essere leader nella costruzione di navi da crociera e mercantili, la società è attiva in maniera crescente nella produzione di unità militari – fregate, sommergibili e sistemi navali complessi – destinate sia al Ministero della Difesa italiano sia a mercati internazionali caratterizzati da forti criticità sul piano geopolitico e dei diritti umani. La crescita del comparto militare rende Fincantieri un attore rilevante nella filiera globale delle armi, con responsabilità dirette rispetto alla pace e alla sicurezza internazionale.
L’azionariato critico è iniziato nel 2016, quando Fondazione Finanza Etica ha acquistato azioni dell’impresa per poter intervenire nelle assemblee degli azionisti, in collaborazione con la Rete Italiana Pace e Disarmo. Si tratta della principale coalizione italiana di associazioni, movimenti e ONG che da anni lavora per la riduzione delle spese militari, la riconversione dell’industria bellica e il rispetto della legge italiana sull’export di armamenti (legge 185/90). Grazie al contributo di questa rete, le nostre domande in assemblea non portano soltanto la voce degli investitori critici, ma anche quella di centinaia di realtà della società civile che in Italia si battono contro la guerra e la militarizzazione.
Con il lavoro di engagement chiediamo che Fincantieri si impegni a garantire maggiore responsabilità nelle proprie scelte industriali, a valutare la riconversione delle produzioni militari e a ridurre gli impatti ambientali della cantieristica civile.
2024
L’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica è svolto in collaborazione con Rete italiana Pace e Disarmo. Il comparto militare di Fincantieri SpA è in sensibile crescita e la società opera su diversi mercati internazionali.
Temi di engagement e risultati
2025
Fondazione Finanza Etica ha partecipato per il terzo anno consecutivo all’assemblea di Fincantieri come azionista critico, sostenuta dalla Rete Italiana Pace e Disarmo. L’intervento ha sollevato questioni legate all’espansione del settore militare, alle partnership in mercati ad alto rischio sotto il profilo dei diritti umani, alla trasparenza e alla governance, nonché alla tutela dei lavoratori nella catena di valore.
Espansione del settore militare e mercati sensibili
Fincantieri ha confermato i piani di crescita del comparto militare, con una rilevante espansione quantitativa e qualitativa, in particolare nel settore Underwater. Abbiamo espresso preoccupazione per le strategie dell’azienda in alcuni mercati — Medio Oriente e Asia — caratterizzati da conflitti e gravi criticità in materia di diritti umani:
- Emirati Arabi Uniti: segnalati da Amnesty International per aver esportato veicoli corazzati in Sudan in violazione dell’embargo ONU; secondo la Risoluzione del Parlamento Europeo B9-0222/2024 e il rapporto del Gruppo di esperti ONU del 15.1.2024, hanno avuto un ruolo nel riciclaggio di denaro proveniente da zone di conflitto e dalle miniere d’oro sudanesi, oltre a essere un regime fiscale agevolato utilizzato per aggirare sanzioni UE alla Russia.
- Egitto: destinatario di navi militari da parte di Fincantieri, pur essendo coinvolto attivamente nel conflitto in Libia e presentando gravi violazioni dei diritti umani.
- Arabia Saudita: partnership militare contestata per il ruolo centrale del Paese nel conflitto in Yemen e per l’inasprimento delle tensioni sul controllo del passaggio strategico tra Oceano Indiano e Mar Rosso. Parte delle forniture avviene tramite triangolazioni: le navi vengono realizzate da Fincantieri insieme a Lockheed Martin, acquistate dalla Marina statunitense e poi trasferite all’Arabia Saudita. Questo meccanismo riduce la trasparenza e sfuma le responsabilità di compliance.
- Indonesia: fornitura di navi militari per 1,8 miliardi di euro che ha reso il Paese il primo mercato di esportazioni militari italiane nel 2024, nonostante il coinvolgimento in conflitti a bassa intensità per reprimere le popolazioni di Papua e West Papua.
Valutazione: le risposte dell’azienda si sono limitate a ribadire la piena conformità alla normativa italiana (L.185/90), senza affrontare i rischi reputazionali e di policy legati a diritti umani, conflitti e governance. Il richiamo generico a policy etiche interne resta scollegato da procedure concrete. Emblematico il caso della joint venture con EDGE negli Emirati, su cui Fincantieri ha ammesso che “non è prevista alcuna forma di controllo da parte della società”.
Governance e responsabilità sociale
Il continuo riferimento a policy e principi etici interni appare più dichiarativo che operativo. La mera compliance legale non può sostituire procedure di due diligence sui diritti umani e sui rischi di conflitto. Abbiamo sottolineato che, essendo Fincantieri partecipata pubblica tramite Cassa Depositi e Prestiti, la sola conformità normativa non basta a rispondere alle legittime richieste degli azionisti critici. Unico elemento positivo nelle risposte sul settore militare è la disponibilità dell’azienda a verificare, insieme al Governo italiano, l’insorgere di criticità (uso di navi in zone di conflitto non coperte da risoluzioni ONU, violazioni di embarghi internazionali) e, in tali casi, sospendere o recedere dai contratti.
Tutela dei lavoratori e catena di fornitura
Sul fronte sociale, l’engagement ha prodotto risultati più positivi. Nel 2024 Fincantieri ha effettuato 85 visite di audit nei cantieri, condotte dall’ufficio preposto insieme ad auditor indipendenti. Da queste verifiche sono scaturiti rapporti dettagliati presentati al CdA, basati su checklist ESG. Il sistema ha consentito di ridurre o rilevare irregolarità in materia di sicurezza sul lavoro, con esclusioni mirate di fornitori principalmente per violazioni contributive e retributive.
Valutazione: un approccio strutturato e operativo che rappresenta un progresso nella gestione della sicurezza e della sostenibilità lungo la catena di fornitura.
Competenze ESG del CdA
Fincantieri ha risposto in modo soddisfacente alle domande sulle competenze ESG dei consiglieri, spiegando che vengono valutate tramite autovalutazioni, integrate da percorsi di formazione e aggiornamento avviati nel 2024. L’azienda ha dichiarato la disponibilità a esplicitare tali competenze in modo più dettagliato nella prossima Relazione sul governo societario e gli assetti proprietari.
Valutazione: un segnale positivo di apertura, ma l’affidamento a semplici autovalutazioni resta un limite evidente. Per garantire reale trasparenza e allineamento alle migliori pratiche, sarà necessario introdurre criteri di valutazione più solidi e indipendenti.
2024
Fondazione Finanza Etica ha partecipato per il secondo anno consecutivo all’assemblea di Fincantieri come azionista critico, sostenuta dalla Rete italiana Pace e Disarmo. Durante l’assemblea, ha posto domande sui piani di espansione del settore militare di Fincantieri, che prevede di aumentare i ricavi del 25-35% entro il 2025, e sulle condizioni di lavoro nei cantieri italiani. La Fondazione ha espresso preoccupazione per le strategie dell’azienda e per le indagini in corso riguardanti lo sfruttamento dei lavoratori. Finora, il dialogo con Fincantieri è stato insoddisfacente.
Complessivamente, le risposte di Fincantieri si caratterizzano per la loro vacuità e superficialità. Per 6 domande, la società utilizza la formula “la Società non fornisce questo tipo di dettaglio”, senza motivare il diniego. In molti casi, le risposte rimandano a documenti pubblici già analizzati, generici e che hanno stimolato ulteriori domande di chiarimento.
La società evita di fornire dati specifici richiesti, ad esempio, per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, le risposte si basano su intendimenti generici. Emerge una chiara spinta verso il settore militare, supportata da dati numerici macroscopici, seguendo una tendenza simile a quanto già avvenuto negli anni passati con Leonardo SpA.
L’esportazione di prodotti militari si orienta sia verso paesi dell’Alleanza Atlantica (come gli USA) sia extra-NATO, presentando problematiche legate ai diritti umani e civili, come nel caso dell’Egitto.
2023
La Fondazione ha richiesto spiegazioni sulla modalità di svolgimento dell’Assemblea, sottolineando la limitazione alla partecipazione solo tramite rappresentante designato. Tale restrizione è stata considerata in contrasto con quanto dichiarato nella relazione sul governo societario, dove si afferma che Fincantieri adotta “forme di dialogo aperte e trasparenti con la generalità dei propri azionisti”. Il focus dell’engagement della Fondazione è stato sulla governance, con attenzione alle deleghe esecutive al presidente e alle competenze del consigliere del CdA di recente nomina. Inoltre, sono stati affrontati temi legati al modello di business, con una percezione di orientamento sempre più marcato verso il settore militare, e alla politica di remunerazione. La Fondazione ha inoltre sollevato questioni su infortuni sul lavoro, la vendita delle fregate FREMM all’Egitto, il fatturato militare e l’export. Sono state richieste informazioni dettagliate sui paesi clienti, le tipologie di prodotti e il fatturato. Infine, sono state esaminate le politiche fiscali di alcuni clienti rilevanti, come la Marina militare USA e il Wisconsin.
Per approfondire
Domande presentate in assemblea e le risposte dell’azienda
2025
Generali
Generali è il principale gruppo assicurativo italiano e uno dei più grandi d’Europa, con oltre 70 milioni di clienti. Il settore assicurativo è cruciale per la transizione climatica e sociale: le scelte su dove investire e quali rischi assicurare hanno un impatto diretto sulla capacità di società e territori di affrontare crisi ambientali, finanziarie e sociali. Per questo riteniamo fondamentale che un attore come Generali adotti strategie coerenti con gli obiettivi climatici, i diritti umani e una governance trasparente.
Con chi lo facciamo e perché
2025
L’azionariato critico di Fondazione Finanza Etica verso Generali è iniziato nel 2018, in occasione dell’annuncio della compagnia di una prima politica di disinvestimento dalle fonti fossili. Abbiamo scelto Generali perché, come uno dei maggiori gruppi assicurativi in Europa, può avere un impatto enorme non solo attraverso i suoi investimenti finanziari, ma anche tramite le coperture assicurative: senza polizze, nuove miniere e centrali a carbone non possono essere costruite né mantenute operative.
Nel 2018 Generali si è impegnata a disinvestire circa 2,2 miliardi di euro da imprese legate al carbone. Tuttavia, ha mantenuto esposizioni significative in paesi come Polonia e Repubblica Ceca, dove la produzione energetica dipende ancora in larga parte da questa fonte fossile. Per questo abbiamo chiesto all’azienda di estendere l’impegno, uscendo completamente sia dagli investimenti che dalle polizze assicurative legate al carbone.
In una prima fase il nostro lavoro si è svolto con organizzazioni della società civile come ReCommon e Greenpeace Italia, che hanno portato in assemblea dati, analisi e campagne pubbliche. Questa collaborazione ha permesso di unire la competenza finanziaria dell’azionariato critico con la capacità di mobilitazione delle ONG, aumentando la pressione su Generali.
Negli anni successivi l’engagement si è rafforzato grazie alla rete internazionale di investitori Shareholders for Change (SfC), di cui siamo membri fondatori. Questo passaggio ha permesso di far valere le stesse istanze non solo come rivendicazioni della società civile, ma come richieste condivise da investitori istituzionali europei che gestiscono miliardi di euro. La pressione su Generali nasce così dall’alleanza tra società civile e finanza responsabile.
Oggi l’attenzione non riguarda solo il carbone o la governance (bonus legati a criteri ESG, trasparenza fiscale), ma anche un nuovo ambito: il coinvolgimento della compagnia nel settore della difesa, sia attraverso investimenti finanziari, sia tramite coperture assicurative a imprese che producono armi controverse.
2024
Generali ha impegnato un disinvestimento di 2,2 miliardi di euro dalle imprese operanti nel settore delle fonti fossili, mantenendo però azioni in imprese nei paesi, come Polonia e Repubblica Ceca, in cui la produzione energetica dipende fortemente dal carbone. La richiesta comprende un impegno concreto per superare questa esclusione e il ritiro dai contratti di copertura assicurativa di centrali e miniere di carbone. La Fondazione ha inoltre sollecitato maggiore trasparenza e un legame più chiaro con fattori ESG nel calcolo della quota variabile della retribuzione del management dell’azienda, oltre a richiedere informazioni trasparenti sulle società del Gruppo presenti in paesi a fiscalità agevolata.
Temi di engagement e risultati
2025
Nel 2025 il nostro engagement con Generali si è concentrato su quattro aree principali: la governance e la trasparenza, i prodotti e investimenti ESG, le politiche verso le armi controverse, e la fiscalità responsabile.
Il confronto con l’azienda è stato favorito da due novità importanti. Come negli anni scorsi, abbiamo organizzato un incontro tecnico informale con funzionari e dirigenti prima dell’assemblea, ricevendo risposte dettagliate in un clima di dialogo costruttivo. Per la prima volta dopo anni, Generali ha deciso di svolgere l’assemblea in presenza, non più “a porte chiuse”, probabilmente anche grazie alla pressione esercitata da Fondazione Finanza Etica e altri azionisti. Si tratta di una scelta significativa, in linea con le osservazioni dell’Unione Europea sul diritto degli azionisti a partecipare attivamente.
Governance e competenze ESG
Un tema ricorrente del nostro engagement è la qualità e la trasparenza della governance. Nel 2025 abbiamo chiesto chiarimenti sulle competenze ESG (ambientali, sociali e di governance) dei membri del consiglio di amministrazione. Generali ha risposto che queste competenze vengono valutate e considerate parte integrante della selezione e della valutazione dei consiglieri.
Valutazione: un segnale positivo, che indica attenzione al tema, anche se resta fondamentale monitorare come queste competenze si traducano in decisioni concrete.
Prodotti e investimenti ESG
Abbiamo chiesto aggiornamenti sulle politiche di investimento responsabile e sui prodotti assicurativi con criteri ESG. In particolare, Generali ha confermato di avere restrizioni sia sugli investimenti che sulle coperture assicurative legate alle fonti fossili, rispondendo anche alle osservazioni della campagna internazionale Insure our Future.
Valutazione: le politiche appaiono più strutturate e coerenti rispetto al passato, ma restano spazi per rafforzare l’allineamento con gli obiettivi climatici internazionali.
Armi controverse e nucleari
Un punto centrale del nostro intervento riguarda la policy di esclusione sulle armi. Generali ha dichiarato di avere una “particolare sensibilità” sul tema e di escludere dagli investimenti:
- le aziende coinvolte in mine antiuomo e munizioni a grappolo (vietate da trattati internazionali e dalla legge italiana);
- le aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari in violazione del Trattato di Non-Proliferazione (TNP).
Tuttavia, queste esclusioni derivano direttamente da obblighi legali e non da una scelta autonoma dell’azienda. Non coprono quindi l’intero spettro delle armi controverse. Ad esempio, Generali non considera il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), in vigore a livello internazionale anche se non ratificato dall’Italia. Ciò significa che potrebbero essere presenti nei suoi fondi aziende coinvolte in programmi nucleari non vietati dal TNP.
Sul fronte delle coperture assicurative (underwriting), Generali ha però fornito un dato significativo: l’esposizione a società produttrici di armi nucleari (secondo le liste di PAX e ICAN) è “molto limitata” e rappresenta meno dello 0,1% dei premi del portafoglio Danni.
Valutazione: un passo avanti in termini di trasparenza, ma la policy rimane incompleta e dovrà essere ampliata se Generali vuole dimostrare una vera leadership sul tema.
Fiscalità e trasparenza
Abbiamo sollecitato chiarimenti anche sulla presenza del Gruppo in paesi a fiscalità agevolata e sulle pratiche di rendicontazione fiscale. Generali ha pubblicato un Tax Transparency Report, considerato dagli analisti un documento accurato e innovativo nel settore assicurativo.
Valutazione: un progresso concreto verso una maggiore trasparenza, che va però monitorato negli anni per verificarne la coerenza con la prassi operativa.
2024
I temi del nostro engagement con Generali (12 domande in tutto) spaziano dalla modalità di svolgimento dell’AGM e il dialogo con gli azionisti al tema dei prodotti ESG nel campo assicurativo, dalla policy sull’esclusione degli investimenti in imprese nel settore delle armi nucleari e controverse (Leonardo SpA) alla policy sulla decarbonizzazione del Gruppo, all’engagement di Generali con imprese operanti nelle fossili.
Le risposte sono complessivamente accurate e in buona parte soddisfacenti dal punto di vista dell’azionista critico. Restano alcuni margini di miglioramento e spazi per continuare l’engagement, in particolare sulla politica di esclusione dalle armi nucleari, che analizziamo sotto. In particolare appare accurata la risposta sul dialogo con gli azionisti, pur nella scelta – per noi opinabile – dello svolgimento dell’assemblea “a porte chiuse”. In particolare abbiamo apprezzato l’intento della società di creare un Club degli Azionisti, al quale gli azionisti potranno aderire “per esercitare in modo più efficiente le loro prerogative”. La società sostiene che la modalità di partecipazione alle assemblee attraverso il solo Rappresentante designato ha fatto registrare un aumento di partecipazione alle stesse da parte degli azionisti: ma sarebbe interessante verificare questa affermazione attraverso dati numerici, che comunque non ci dicono molto circa la qualità di questa partecipazione.
Per quanto riguarda le polizze auto che premiano la responsabilità ambientale, le risposte sono un po’ meno accurate, ma è tuttavia importante rilevare che i premi dedicati al comparto auto rappresentano il 52,1% delle “soluzioni assicurative con componenti ESG – ambito ambientale” che complessivamente quotano 2,6 miliardi di euro. La società prevede una crescita media delle soluzioni assicurative con componenti ESG per quanto riguarda le polizze auto nell’ordine del 5-7 % tra il 2021 e il 2024.
Invece sulla questione della policy sulle armi nucleari, Generali conferma di tenere come riferimento per l’esclusione dai propri investimenti in imprese del settore il solo Trattato di non proliferazione e non anche, come da noi richiesto, il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) del 2017. Questo porta la società a giustificare l’investimento in Leonardo SpA che, pur partecipando a programmi di sistema di armamento nucleare , non risulta aver violato il Trattato di non proliferazione; le cui violazioni peraltro riguardano gli Stati più che le imprese. Questo è per Fondazione Finanza Etica un limite sul quale continueremo ad ingaggiare Generali.
Infine, assai positive sono le risposte sia sulla metodologia interna adottata per selezionare investimenti obbligazionari “verdi e sostenibili”, la sostanziale uscita di Generali dal settore carbonifero (tutte le posizioni rimaste, pure irrisorie, sono in run-off) e, soprattutto, l’engagement con 27 società con elevate emissioni di gas serra nel portafoglio investimenti, con una rendicontazione ai soci molto dettagliata e trasparente (inclusa nel Group Active Ownership Report all’interno della Relazione annuale Integrata 2023).
2023
I risultati sono stati, fin dai primi anni, positivi. Generali ha accettato di ingaggiare direttamente le 8 imprese investite in Polonia e Repubblica Ceca per chiedere un effettivo impegno di riconversione verso le fonti rinnovabili; con l’impegno a disinvestire qualora l’ingaggio non avesse dato risultati o prospettive credibili. Ad oggi Generali ha disinvestito da 4 di quelle imprese, mentre sulle altre 4 sta continuando l’ingaggio per monitorare l’effettivo impegno di riconversione. Generali ha inoltre adottato trasparenti e misurabili indicatori ESG per il calcolo della parte variabile della retribuzione di tutto il management del Gruppo; i criteri e i risultati sono disponibili sul loro sito internet. Nell’ambito della politica fiscale, Generali ha redatto un Tax Transparency Report che pubblica annualmente sul sito e ha fornito dettagli sulle diverse società del Gruppo presenti in paesi problematici: Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera, ecc. In un caso ha inserito in run-off una società da noi segnalata con sede nelle Isole Vergini Britanniche. In generale il dialogo con l’azienda è costante, improntato a trasparenza e reciproca fiducia e collaborazione.
Per approfondire
Domande presentate in assemblea e le risposte dell’azienda
2025
2024
H&M
H&M è un colosso multinazionale della moda a basso costo con sede in Svezia. Ha chiuso il 2023 con ricavi per ca. 21 miliardi di euro (il 6% in più rispetto al 2021). Oltre al brand H&M, controlla marchi come Weekday, & Other Stories, Cos e Monki.
Fondata da Erling Persson nel 1947, è ancora saldamente in mano alla famiglia Persson, che controlla il 77,3 % dei voti e il 53,4% delle azioni.
Con chi lo facciamo e perché
Dal 2019, Fondazione Finanza Etica, in collaborazione con la Clean Clothes Campaign europea, e due membri di SfC – Shareholders for Change, Meeschaert Asset Management (Francia) ed Ethius Invest (Svizzera), ha adottato un approccio critico nei confronti di H&M. Le critiche principali riguardano il mancato pagamento del salario di sussistenza ai subfornitori del Sud-Est Asiatico, la trasparenza limitata sui criteri sociali e ambientali per la remunerazione manager, il rispetto degli obiettivi climatici, la biodiversità e l’uso di cotone geneticamente manipolato.
Temi di engagement e risultati
2024
Nell’assemblea del 4 maggio 2023, Fondazione Finanza Etica ha presentato una mozione chiedendo a H&M di divulgare la stima dell’esposizione al cotone geneticamente manipolato, valutare e rendere noti i rischi ambientali e sociali, fissare obiettivi precisi per ridurre l’esposizione al cotone geneticamente manipolato e aumentare l’approvvigionamento di cotone biologico.
La mozione è stata respinta durante il voto degli azionisti, con la famiglia Persson, detentrice dell’80% dei voti, esprimendosi contrariamente. H&M non ha divulgato informazioni sulla percentuale di voti favorevoli né sull’identità dei votanti, rivelando una mancanza di trasparenza.
Tuttavia, l’azionariato critico della Fondazione ha portato a risultati apprezzabili in passato, come la pubblicazione di criteri sociali e ambientali per la remunerazione manager e una maggiore trasparenza nella catena di approvvigionamento, soprattutto per quanto riguarda il cotone.
INDITEX
Inditex è uno dei più grandi gruppi di moda al mondo, con sede ad Arteixo, in Spagna, e marchi ormai iconici come Zara, Pull & Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho e Zara Home. Nato nel 1985 su iniziativa di Amancio Ortega, ha rivoluzionato il settore del fast fashion con un modello produttivo e distributivo capace di portare rapidamente le nuove collezioni nei negozi di tutto il mondo. Dal 2001 è quotata in borsa, consolidandosi come colosso globale dell’abbigliamento e del retail. Nonostante sia una multinazionale quotata, Inditex resta di fatto sotto il controllo della famiglia Ortega. Amancio Ortega, fondatore del gruppo, detiene circa il 50% del capitale attraverso la holding Pontegadea, mantenendo così la maggioranza assoluta. In questo assetto, le decisioni strategiche passano ancora dalla famiglia: la figlia Marta Ortega ricopre la carica di presidente del consiglio di amministrazione, mentre la gestione operativa è affidata al CEO Óscar García Maceiras, nominato nel 2021 con il diretto sostegno della famiglia.
Il gruppo opera in oltre 200 mercati, con una rete di 5.722 negozi e circa 165.000 dipendenti. Nel 2024 ha registrato un fatturato di 37,6 miliardi di euro, in crescita del 4,7% rispetto all’anno precedente. Le vendite online hanno superato i 9,5 miliardi di euro, rappresentando oltre un quarto del totale. Inditex ha annunciato un piano di investimenti straordinario da 1,6 miliardi di euro per il biennio 2024-2025, mirato a rafforzare la logistica e a digitalizzare ulteriormente la catena di fornitura.
Inditex è esempio emblematico del fast fashion e delle sue implicazioni ambientali e sociali, in particolare per la velocità di produzione, il trasporto e la catena logistica globale. Come soggetto dominante, spinge standard di consumo e sostenibilità nel retail mondiale.
Con chi lo facciamo e perché
2025
Abbiamo scelto di fare azionariato critico con Inditex perché è uno dei leader mondiali del fast fashion, e il suo modello di business ha un impatto ambientale e sociale significativo — dalle condizioni di lavoro lungo l’intera filiera logistica al trasporto aereo massiccio delle collezioni, che contribuisce in modo sostanziale alle emissioni di CO₂.
Il nostro impegno è iniziato nel 2024, quando Fondazione Finanza Etica ha acquistato azioni del gruppo per intervenire direttamente all’assemblea degli azionisti. Sin dall’inizio il focus è stato sulla “Airborne Fashion”, ossia l’uso intensivo del trasporto aereo per distribuire i capi, responsabile di un aumento delle emissioni e di circa il 20 % della carbon footprint di un singolo capo Zara.
L’engagement viene condotto insieme alla rete europea Shareholders for Change (SfC) e all’ONG svizzera Public Eye, che da tempo documenta le criticità ambientalI e sociali del settore. A queste collaborazioni si è aggiunta la partecipazione della rete internazionale Clean Clothes Campaign — attraverso per l’Italia Fair soc.coop e SETEM in Spagna, rappresentante locale della Clean Clothes Campaign. Questa alleanza consente di unire competenze finanziarie, ricerca indipendente, monitoraggio e pressione pubblica.
2024
Nel 2024, Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione di Inditex, uno dei più grandi gruppi globali dell’abbigliamento, con l’obiettivo di portare l’attenzione sugli impatti ambientali della sua logistica. In particolare, abbiamo voluto approfondire l’uso massiccio del trasporto aereo per le collezioni di fast fashion, che contribuisce significativamente all’aumento delle emissioni di CO2. Questo engagement è stato sviluppato in collaborazione con la rete Shareholders for Change e con l’ONG svizzera PublicEye, che aveva già evidenziato queste criticità in un rapporto dettagliato.
Temi di engagement e risultati
2025
Nel 2025 il nostro engagement con Inditex si è concentrato su tre macro-temi: le emissioni generate dal trasporto aereo (“Airborne Fashion”), la trasparenza nella rendicontazione climatica e i diritti dei lavoratori nella filiera in Bangladesh.
Partecipazione all’assemblea
Fondazione Finanza Etica ha partecipato all’assemblea online come delegata. Tuttavia, lo statement che annunciava il nostro voto contrario alla Relazione di sostenibilità (punto 3 all’ordine del giorno) non è stato letto, nonostante fosse stato regolarmente inviato e accettato sulla piattaforma. Anche le domande presentate prima dell’assemblea non hanno ricevuto risposta. Inoltre, a differenza del 2024, le nostre richieste di organizzare un incontro pre-assemblea con il management sono state respinte.
Valutazione: questi elementi rafforzano la percezione che l’assemblea di Inditex non favorisca una partecipazione critica e trasparente degli azionisti, riducendo lo spazio di confronto costruttivo.
Trasporto aereo e impronta climatica
Abbiamo chiesto a Inditex di pubblicare un piano di phase-out dal trasporto aereo, con target annuali chiari e misurabili, e di fornire dati trasparenti su volumi, modalità di trasporto (aereo, marittimo, stradale) e utilizzo di carburanti sostenibili (SAF). Secondo i dati del 2024, le emissioni legate a trasporto e distribuzione sono salite del 10%, raggiungendo 2,6 milioni di tonnellate di CO₂e, pari a quasi il 20% dell’impronta climatica complessiva del gruppo. L’azienda ha dichiarato di riservare il trasporto aereo a rotte intercontinentali “non sostituibili” e di investire in flotte più efficienti, carburanti alternativi e ottimizzazione logistica. Di fronte a risposte ancora insufficienti, Fondazione Finanza Etica ha annunciato il voto contrario alla Relazione Consolidata di Sostenibilità 2024-2025. Alla stessa posizione si è unita Mandarine Gestion, società di gestione finanziaria francese specializzata in investimenti responsabili (5 miliardi di euro di capitale gestito). Le due organizzazioni detengono complessivamente oltre 56.000 azioni di Inditex e sono tra le realtà associate alla rete SfC-Shareholders for Change, che rappresenta oltre 45 miliardi di euro di asset in gestione e complessivamente più di 110 mila azioni Inditex.
Valutazione: le risposte restano generiche e non forniscono impegni concreti su obiettivi di riduzione del trasporto aereo. Il voto contrario di più investitori istituzionali dimostra che le preoccupazioni su clima e logistica non riguardano solo la finanza etica, ma anche asset manager responsabili a livello europeo.
Trasparenza e rendicontazione
Abbiamo sollecitato Inditex ad allinearsi agli standard GLEC (Global Logistics Emissions Council) e a fornire dati comparabili per modalità di trasporto (ton-km e CO₂e). L’azienda ha ribadito di pubblicare il proprio inventario di emissioni secondo il protocollo GHG, con verifica indipendente, ma non ha ancora adottato il dettaglio richiesto.
Valutazione: un progresso parziale sul fronte della rendicontazione, ma rimane un gap rispetto alle best practice del settore e alle aspettative degli investitori.
Diritti dei lavoratori in Bangladesh
Dopo le proteste per il salario minimo del 2023, quasi 3.000 lavoratori della filiera Inditex devono ancora affrontare procedimenti penali, in alcuni casi con accuse gravissime. Abbiamo chiesto a Inditex di impegnarsi pubblicamente per il ritiro delle accuse, per la reintegrazione con arretrati e per l’apertura di un’indagine indipendente sulle violazioni subite. L’azienda ha risposto di sostenere il dialogo tripartito promosso dall’ILO e di aver sollecitato i fornitori al ritiro delle denunce, ribadendo l’importanza della libertà di associazione.
Valutazione: un passo in avanti in termini di dialogo, ma insufficiente a garantire giustizia per i lavoratori coinvolti e prevenire nuovi abusi.
Modello di business e sostenibilità
Abbiamo infine chiesto come l’attuale modello ultra-fast fashion possa conciliarsi con gli obiettivi di sostenibilità dichiarati dall’impresa. Inditex ha risposto sottolineando la propria capacità di allineare offerta e domanda con meno dell’1% di surplus, e la volontà di muoversi verso un modello circolare e a zero emissioni.
Valutazione: la contraddizione fra dichiarazioni e pratiche concrete resta evidente: senza una trasformazione radicale del modello di business, gli obiettivi climatici e sociali rischiano di restare sulla carta.
2024
Il primo passo è stato l’invio di una lettera a Inditex nel marzo 2024, nella quale abbiamo chiesto un dettaglio delle emissioni generate dal trasporto aereo e la definizione di strategie e obiettivi misurabili per la loro riduzione. Di fronte alla risposta insoddisfacente da parte dell’impresa e alla mancanza di progressi concreti, abbiamo deciso di portare le nostre domande direttamente all’assemblea degli azionisti che si è tenuta a luglio 2024. Durante l’assemblea, abbiamo chiesto spiegazioni sull’aumento del 37% delle emissioni legate ai trasporti registrato nel 2023, che ha raggiunto un massimo storico di quasi 2000 kiloton di CO2. Inoltre, abbiamo sollecitato Inditex a pubblicare un piano dettagliato per la riduzione delle emissioni, seguendo l’esempio di altri giganti del fast fashion come H&M.
Le risposte ottenute sono state deludenti, ma l’impresa si è dichiarata aperta al dialogo. Continueremo a lavorare con PublicEye e con la Campagna Abiti Puliti in Italia per garantire che Inditex adotti misure concrete per ridurre l’impatto ambientale della sua logistica. Se altri attori del settore stanno già facendo passi avanti, non vediamo perché Inditex non debba seguire lo stesso percorso.
Per approfondire
Intervento presentato in assemblea
INDRA
Indra Sistemas S.A. è una delle principali società spagnole di consulenza e tecnologia, con sede ad Alcobendas, Madrid. Fondata nel 1993 e quotata in borsa dallo stesso anno, si è progressivamente affermata come attore strategico nei settori della difesa, dei trasporti e delle tecnologie digitali.
La società è organizzata in due grandi aree operative: Trasporti e Difesa, che sviluppa sistemi per la gestione del traffico aereo, la sicurezza delle frontiere, la difesa aerea e le comunicazioni satellitari; e Minsait, brand sotto cui confluiscono le attività di consulenza IT, cybersecurity, servizi ERP e outsourcing tecnologico.
Indra impiega quasi 61mila persone ed è presente in più di 150 paesi. Il fatturato 2024 ammonta a oltre 4,8 miliardi di euro, in crescita dell’11,5% rispetto al 2023. Il risultato netto ha raggiunto i 278 milioni di euro, segnando un incremento del 34,9% rispetto all’anno precedente.

Indra è un attore centrale nella difesa e nella sicurezza in Spagna ed Europa, con un forte ruolo anche nelle tecnologie di sorveglianza e controllo delle frontiere. Per dimensioni e influenza, contribuisce a definire gli standard dell’industria militare e tecnologica europea, con ricadute dirette su diritti, sicurezza e governance internazionale.
Con chi lo facciamo e perché
2025
Abbiamo scelto di fare azionariato critico con Indra perché è la principale multinazionale spagnola dell’elettronica e della difesa. È un attore chiave nello sviluppo di sistemi d’arma, tecnologie di sorveglianza e controllo delle frontiere, attività che alimentano la militarizzazione della società e i conflitti armati. Le sue scelte incidono direttamente sulle politiche di sicurezza in Europa e nel Mediterraneo.
L’impegno è portato avanti da Fundación Finanzas Éticas (Spagna), che nel 2022 ha partecipato all’assemblea degli azionisti nell’ambito della campagna #DesarmandoIndra. In quell’occasione, insieme a collettivi come Alternativa Antimilitarista MOC, è stato denunciato l’aumento dei profitti dell’azienda grazie al business della guerra e alla gestione militarizzata delle frontiere.
Questa azione rappresenta un esempio di come l’alleanza tra movimenti antimilitaristi e azionariato critico possa incidere: da un lato la società civile porta la denuncia pubblica delle contraddizioni di un modello d’impresa basato sulle armi, dall’altro l’azionariato critico traduce queste istanze in domande puntuali alla governance. L’obiettivo comune è smascherare un’azienda che si presenta come innovativa e tecnologica, ma fonda parte rilevante dei suoi ricavi su logiche di guerra e controllo.
2024
Dal 2022, durante l’assemblea degli azionisti di Indra, la campagna #DesarmandoIndra, sostenuta da vari collettivi tra cui Alternativa Antimilitarista MOC e Fondazione Finanzas Éticas, ha denunciato l’aumento dei profitti dell’azienda grazie al coinvolgimento in attività legate ai conflitti armati e alla militarizzazione delle frontiere.
Temi di engagement e risultati
2025
Nel 2025 il nostro engagement con Indra ha riportato al centro temi particolarmente delicati: l’impatto ambientale delle attività militari, i rapporti privilegiati con il potere politico e il coinvolgimento dell’azienda in progetti che sollevano gravi preoccupazioni in materia di diritti umani. Nonostante le risposte difensive dell’impresa, la pressione esercitata da azionisti critici e campagne della società civile ha contribuito a far emergere contraddizioni profonde tra l’immagine di responsabilità che Indra intende proiettare e il ruolo effettivo che svolge nel business della guerra.
Partecipazione all’assemblea
Durante l’assemblea degli azionisti, Indra ha mantenuto una linea difensiva e poco aperta al confronto critico. Le campagne della società civile hanno comunque portato all’attenzione di investitori e media le contraddizioni tra la retorica di responsabilità aziendale e la realtà delle pratiche industriali e militari.
Valutazione: la mobilitazione ha mostrato l’importanza di mantenere viva la pressione pubblica e azionaria, anche in contesti in cui l’impresa si dimostra resistente al dialogo.
Diritti umani e business della guerra
Indra è stata criticata per il coinvolgimento in sistemi di sorveglianza e tecnologie militari utilizzate in contesti di violazione dei diritti umani. Campagne della società civile, come Desarmando Indra, hanno denunciato la partecipazione dell’azienda a progetti di militarizzazione delle frontiere e di controllo dei flussi migratori.
Valutazione: le giustificazioni fornite dall’impresa restano deboli di fronte a evidenze documentate di un business che contribuisce a conflitti e repressioni.
Legami con il potere politico
Sono state sollevate domande sui rapporti privilegiati tra Indra e istituzioni politiche e militari, che rafforzano il carattere di “azienda di sistema” e ne riducono la trasparenza.
Valutazione: resta irrisolto il nodo del conflitto di interessi e della dipendenza dalle commesse pubbliche, che alimenta il ruolo politico dell’impresa.
Impatto ambientale delle attività militari
I collettivi hanno denunciato il contributo delle tecnologie e delle attività di Indra all’aggravarsi della crisi climatica e ai danni ambientali legati al settore militare. L’azienda, nelle sue risposte, ha minimizzato tali preoccupazioni, insistendo sul ruolo “strategico” delle proprie soluzioni.
Valutazione: la posizione di Indra non riconosce la portata reale dell’impatto climatico del comparto militare, in contrasto con le raccomandazioni della comunità scientifica internazionale.
2024
La campagna ha sollevato questioni riguardanti l’impatto ambientale delle attività militari di Indra, il legame con il potere politico e il coinvolgimento in progetti che violano i diritti umani. Nonostante la risposta di Indra, che ha minimizzato le accuse, i collettivi continueranno a sensibilizzare gli azionisti e il pubblico sulla questione.
Leonardo
Leonardo S.p.A. è una delle maggiori imprese europee della difesa e della sicurezza, erede della ex Finmeccanica. Quotata in borsa dal 1993, ha come principale azionista il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano, con una quota pari al 30,20% del capitale sociale.
Nel 2024 ha registrato ricavi per 17,763 miliardi di euro e un portafoglio ordini di oltre 44 miliardi. Impiega più di 50.000 persone, di cui circa 32.000 in Italia.
A partire dai primi anni Duemila, il gruppo ha dismesso progressivamente i settori civili non considerati strategici — dall’automazione industriale al trasporto ferroviario — concentrando le proprie attività sulla difesa, l’aerospazio e la sicurezza. Nel 2013 le attività civili generavano ancora oltre la metà dei ricavi (50,4%). Oggi, secondo i dat
Con chi lo facciamo e perché
2025
L’attività di azionariato critico su Leonardo è iniziata nel 2018, in collaborazione con la Rete Italiana Pace e Disarmo, di cui Fondazione Finanza Etica è socia. La scelta nasce dal ruolo centrale di Leonardo nel settore militare italiano ed europeo: oltre il 70% del suo fatturato proviene infatti da commesse militari e governative.
Fin dall’inizio abbiamo chiesto maggiore trasparenza sugli armamenti prodotti ed esportati, per colmare le gravi lacune della Relazione del Governo al Parlamento prevista dalla Legge 185/90, che disciplina l’export di armi. Le nostre domande hanno riguardato anche la partecipazione di Leonardo a programmi di armamento nucleare, le partnership con università italiane e le attività delle fondazioni interne al Gruppo, in particolare la Fondazione Med-Or. Un altro filone di engagement ha riguardato le competenze ESG dei consiglieri di amministrazione e i criteri con cui la società dichiara di valutarle.
2024
Fin dall’inizio le nostre richieste si sono rivolte allo spostamento della quota di fatturato di Leonardo SpA dal settore civile a quello militare, chiedendo maggiore trasparenza su destinazioni e materiali d’armamento esportati. Abbiamo cercato informazioni per colmare le carenze della Relazione del Governo al Parlamento relativa alla L.185/90. La Fondazione ha chiesto chiarimenti sulla partecipazione di Leonardo a programmi di armi nucleari e sulla collaborazione con università italiane e attività di fondazioni interne al Gruppo.
2023
Abbiamo iniziato l’attività di azionariato critico su Leonardo nel 2018. In collaborazione con Rete italiana Pace e Disarmo, di cui Fondazione è socia.
A partire dai primi anni duemila Finmeccanica si è progressivamente liberata di una serie di comparti civili ritenuti non strategici: l’automazione industriale, la robotica, la microelettronica, l’energia e, più tardi, il trasporto ferroviario. Come evidenziano i bilanci della società, ancora nel 2013 il fatturato prodotto dalle attività in campo civile era pari al 50,4% del totale. Oggi (dato ai primi 6 mesi del 2023) i ricavi dal settore civile sono pari ad appena il 7%1 (nel 2022 era il 27%), con l’83% del fatturato proviene dal settore militare/governativo.
Temi di engagement e risultati
2025
Coinvolgimento in programmi nucleari
Su questo punto è necessario entrare nel dettaglio. Sappiamo che la spiegazione può sembrare pedante, ma solo ricostruendo i passaggi uno a uno si può comprendere la reale portata del coinvolgimento di Leonardo.
La catena societaria. Leonardo non possiede MBDA direttamente, ma ci arriva attraverso una società intermedia: Leonardo ha il 50% di AMSH BV, con sede in Olanda; AMSH BV possiede metà di MBDA Francia (meno un’azione); MBDA Francia controlla MBDA Italia. Tradotto: anche se ci sono vari passaggi societari, alla fine Leonardo ha in mano un quarto di MBDA ed è quindi parte integrante delle sue decisioni e attività.
Cos’è in gioco
Testata nucleare: la parte dell’arma che contiene l’esplosivo nucleare.
Vettore (missile): il “mezzo” che porta la testata fino al bersaglio. Senza vettore, la testata non può essere usata come arma; senza testata, il vettore non è un’arma nucleare. Sono due componenti complementari e indispensabili di un unico sistema d’arma.
ASMP-A: missile aria-superficie francese, parte della deterrenza nucleare di Parigi. È progettato per trasportare esclusivamente una testata nucleare.
MBDA: il gruppo europeo che sviluppa il missile ASMP-A. La filiale francese è responsabile dello sviluppo, produzione e manutenzione del vettore (non della testata).
La posizione di Leonardo. Leonardo afferma di non essere coinvolta nel nucleare perché MBDA costruisce solo il missile (il “vettore”) e non la bomba (la “testata”). Aggiunge che alcuni progetti di MBDA sono classificati dal governo francese come French Eyes Only, cioè segreti riservati solo a una cerchia ristretta di autorità francesi, e quindi non accessibili a partner esteri. In questo modo Leonardo sostiene di non avere piena visibilità sui programmi più sensibili. Tuttavia, nelle stesse risposte l’azienda ammette che la filiale francese di MBDA sviluppa e mantiene i missili ASMP-A, progettati esclusivamente per trasportare testate nucleari. Quindi, anche se Leonardo rivendica di non conoscere i dettagli coperti da segreto militare, è consapevole che MBDA lavora su un programma di deterrenza nucleare francese e che la sua partecipazione azionaria (25%) la rende parte di quel progetto.
Un’analogia utile. La legge italiana 220/2021 vieta a banche e investitori di finanziare imprese che producono mine antipersona o munizioni a grappolo “o loro componenti”. Il principio è chiaro: se produci una parte essenziale, sei coinvolto nell’arma finale. Non diciamo che questa legge si applichi automaticamente al nucleare, ma che il criterio (“la parte essenziale conta”) è il riferimento per una valutazione responsabile.
Implicazioni ESG. Leonardo dichiara di non aver mai condotto una valutazione di rischio ESG specifica per MBDA, proprio perché non si considera coinvolta nel nucleare. Alla luce di quanto sopra, questa scelta è insufficiente: una partecipazione del 25% in un gruppo che produce il vettore della deterrenza nucleare francese richiede una due diligence dedicata, trasparente e verificabile.
La nostra valutazione. La posizione di Leonardo è contraddittoria: riconosce che MBDA produce il missile ASMP-A, ma nega il coinvolgimento nel nucleare basandosi su una distinzione (testata/vettore) che non ha fondamento sostanziale. Dal punto di vista della responsabilità d’impresa, la collaborazione con MBDA colloca Leonardo dentro un programma nucleare.
Trasparenza e dati economici
Complessivamente, nel 2025 Leonardo non ha aumentato la trasparenza verso gli azionisti critici. Non fornisce ancora informazioni disaggregate su fatturato e numero di occupati per singolo stabilimento, né dettagli sull’export militare. I dati pubblicati sono parziali e frammentati: l’azienda si limita a fornire un dato riassuntivo per tipologia di mercato. Dai documenti disponibili emerge comunque una tendenza chiara: l’export militare è in crescita, passando da circa 1,2 miliardi di euro nel 2023 a 1,7 miliardi nel 2024, distribuiti su oltre 14.000 operazioni.
Dividendi e performance di Borsa
Lo Stato italiano, azionista di riferimento con il 30,2% del capitale sociale, ha incassato dividendi pari a 90,8 milioni di euro nel 2024, quasi raddoppiati rispetto ai 49 milioni dell’anno precedente. Gli azionisti privati hanno ottenuto vantaggi ancora più consistenti grazie all’aumento del valore del titolo: chi avesse acquistato azioni Leonardo nell’agosto 2023 a 21,16 € le avrebbe rivendute un anno dopo a 45,53 €, con un guadagno del 215%. Questo boom borsistico è stato trainato dalla guerra in Ucraina, dal conflitto in Israele e dalla corsa al riarmo di NATO ed Europa. L’impegno diretto dello Stato in un’impresa che beneficia della crescita dei conflitti internazionali pone interrogativi etici e di coerenza con gli obblighi di tutela dei diritti umani.
Governance e diritti degli azionisti
Abbiamo posto domande sulla modalità di svolgimento dell’assemblea e sulla valutazione delle competenze ESG del Consiglio di amministrazione.
Assemblee a porte chiuse. Leonardo continua a svolgere le proprie assemblee solo tramite il “rappresentante designato” e non in modalità aperta (né mista, in presenza e online). Secondo l’azienda, questo meccanismo garantirebbe meglio i diritti degli azionisti perché rende “conoscibili e votabili da parte di tutti” le proposte individuali di deliberazione. In realtà, tale giustificazione non è convincente: le proposte individuali in Italia possono essere presentate solo da chi detiene almeno lo 0,5% delle azioni, quindi la maggioranza degli azionisti resta esclusa. Non a caso, la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia proprio per questa prassi delle assemblee “a porte chiuse”.
Competenze ESG del CdA. La valutazione è condotta tramite un processo di autovalutazione interna del Consiglio, supportato dalla società di consulenza Egon Zehnder. L’esito, riportato nel Bilancio Integrato 2024, è stato interamente positivo, elencando aspetti come “clima interno, qualità del dibattito, senso di appartenenza e orientamento al risultato”. Tuttavia, non vi è alcun riferimento specifico o misurabile alle competenze ESG dei singoli consiglieri. Questo conferma la necessità di criteri più oggettivi, trasparenti e verificabili nella selezione e valutazione del board.
2024
Le risposte sul coinvolgimento di Leonardo nella produzione di armi nucleari sono sconfortanti: Leonardo partecipa a un programma francese per la produzione di un missile con testata nucleare. Tuttavia, poiché si tratta di un progetto classificato come “Special France”, Leonardo afferma di non poter accedere ad alcuna informazione in merito a causa delle rigide normative francesi sulla sicurezza strategica. Leonardo partecipa dunque al 25% in un consorzio (MBDA) con Airbus (Francia) e BAE Systems (Regno Unito) per la produzione di un vettore che trasporterà testate nucleari, ma non può accedere ad informazioni né tantomeno divulgarle. Questo quadro rimane di estrema opacità e forse i cittadini italiani hanno motivo di inquietudine se una azienda strategica in larga parte di proprietà pubblica è tenuta all’oscuro su come le sue risorse vengono impiegate in un programma militare.
Leonardo non ha aumentato per nulla la trasparenza. Continua a non fornire informazioni sulla suddivisione del fatturato e sugli occupati per singolo stabilimento. I dati sull’export militare sono esposti in maniera poco chiara. Anche se parziali, i dati forniti dimostrano che l’export militare di Leonardo ha una rilevanza ridotta: nel 2023, vale intorno a 1,2 miliardi di euro su 15,3 miliardi di euro di ricavi totali della compagnia.
Questo è ben distante dai livelli dichiarati da Aiad (Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza), dimostrando quanto l’industria delle armi sia poco strategica per l’interesse nazionale in termini di ritorni economici e occupazione. Il settore militare è fra quelli a minore intensità di lavoro. L’evoluzione di Leonardo SpA, che controlla oltre il 70% della produzione e il 75% delle esportazioni italiane, mostra che la componente produttiva militare è passata negli ultimi 15 anni dal 56% all’83%. Durante questa trasformazione da impresa mista civile-militare a impresa prevalentemente militare, Leonardo ha ridotto i suoi occupati in Italia del 24%. Nonostante le molte acquisizioni di commesse nel settore militare, come la partecipazione alla produzione dei nuovi caccia F-35, che in Parlamento era stata presentata come una fonte di 10.000 nuovi posti di lavoro, e le svariate acquisizioni d’impresa, il numero complessivo degli occupati di Leonardo SpA si è ridotto.
In termini di dividendi, lo Stato italiano, come azionista di Leonardo, incasserà per l’anno 2023 appena 49 milioni di euro. Al contrario, nel corso del 2023, gli altri azionisti hanno ottenuto vantaggi significativi, poiché, a differenza del Ministero del Tesoro, comprano e vendono azioni di Leonardo liberamente sui mercati azionari. Chi ha acquistato azioni di Leonardo nel gennaio del 2023 e le ha rivendute a fine dicembre ha guadagnato circa il 70%. Il corso del titolo in borsa è stato favorito dalla guerra in Ucraina e dal conflitto in Israele, con la corsa al riarmo di Europa e NATO. L’impegno dello Stato in un’impresa che produce armi impiegate in conflitti internazionali, con il rischio di violazione dei diritti umani fondamentali, appare sproporzionato rispetto agli effettivi, minimi vantaggi economici per il Paese.
Infine, dopo aver presentato una denuncia al Collegio Sindacale, abbiamo espresso nuovamente dubbi sulla nomina dell’ex ministro Roberto Cingolani come amministratore delegato di Leonardo. Sosteniamo che non è stato rispettato il periodo di sospensione di un anno dalla cessazione della carica governativa di Cingolani, ai sensi della legge 60 del 1953. Leonardo ha risposto che la legge non può essere considerata applicabile alla società, senza però spiegarne i motivi.
Il nostro impegno continuerà dopo l’assemblea.
2023
Fin dall’inizio le nostre richieste si sono rivolte allo spostamento della quota di fatturato il fatturato di Leonardo SpA dal settore civile a quello militare, chiedendo maggiore trasparenza su destinazioni e materiali d’armamento esportati. Anche cercando di avere informazioni che consentissero di riempire i vuoti e le carenze che l’impostazione della Relazione del Governo al Parlamento relativa alla L.185/90 presentava.
La Fondazione ha inoltre chiesto chiarimenti sulla partecipazione di Leonardo a programmi di armi nucleari e sulla collaborazione con università italiane e attività di fondazioni interne al Gruppo.
I risultati dell’engagement con Leonardo sono stati del tutto insoddisfacenti, sia sul piano delle risposte alle nostre richieste e agli obiettivi. Nel 2022 la percentuale del fatturato militare di Leonardo è stata dell’83%, a fronte del 73% nel 2020, del 72% nel 2019 e del 68% nel 2018. In relazione alla partecipazione di Leonardo nei programmi di produzione di armi nucleari, le risposte della società sono state evasive, confuse, contraddittorie. L’orientamento è rivolto a sostenere che la società non sia implicata in tali produzioni in quanto parte di un consorzio che realizza solo il vettore, cioè il missile, e non la testata nucleare. Ma, ormai, sembra acclarato che, sia per la produzione di missili che per la produzione di parti di cacciabombardieri adatti al trasporto di bombe con testata nucleare, la società è decisamente implicata nella produzione di questi materiali d’armamento controversi. In generale la società evita di rispondere alle nostre domande accampando motivi di sicurezza nazionale, di strategie commerciali o comunque di indisponibilità alla disclosure su questi temi.
Per approfondire
Domande presentate in assemblea e le risposte dell’azienda
2025
2024
REPSOL
Repsol è una compagnia energetica internazionale con sede in Spagna, attiva nei settori del petrolio, del gas e delle energie rinnovabili. La società è quotata in borsa e ha una presenza significativa a livello internazionale. Nel 2023 ha registrato un fatturato di 58,9 miliardi di euro e ha un portafoglio ordini significativo che riflette la sua vasta gamma di operazioni nel settore energetico. Repsol è impegnata in un processo di transizione energetica, con l’obiettivo di diventare una compagnia a emissioni zero entro il 2050. Tuttavia, come dimostrano le recenti assemblee degli azionisti e gli interventi pubblici, ci sono richieste crescenti per accelerare questo processo e adottare misure più concrete entro il 2030.
Con chi lo facciamo e perché
Alla stessa Assemblea degli Azionisti hanno partecipato anche Greenpeace e Oxfam con domande su temi ambientali.
Temi di engagement e risultati
2024
Il 10 maggio abbiamo partecipato nuovamente all’Assemblea degli Azionisti di REPSOL. Jordi Ibáñez, direttore di Fundación Finanzas Éticas, è intervenuto nella sessione di domande, ponendo diverse questioni agli azionisti e ai dirigenti dell’azienda. Nel suo intervento ha sottolineato tre richieste principali: piano di decarbonizzazione credibile, non per il 2050 ma per il 2030; maggiore trasparenza sui temi di sostenibilità, con riferimento alle diverse accuse di pubblicità ingannevole a cui l’azienda deve far fronte; invito a prendere sul serio la responsabilità sociale d’impresa, applicando le misure di due diligence per garantire i diritti umani, lavorativi e ambientali in tutte le operazioni, per evitare di ripetere disastri ecologici e sociali come lo sversamento di quasi 12.000 barili di petrolio nel mare del Perù nel gennaio 2022.
La risposta del CEO di REPSOL, Josu Jon Imaz, ha riguardato il peso della normativa ambientale europea, che a suo dire condiziona il miglioramento e l’avanzamento dell’industrializzazione europea. Inoltre, ha pubblicamente indicato Fundación Finanzas Eticas e Greenpeace come responsabili dell’ “incremento delle emissioni di CO2 nel mondo legate al carbone”, di “rafforzare Putin” e di essere “complici della lobby elettrica”.
Rheinmetall
Rheinmetall AG è un gruppo tedesco con sede a Düsseldorf, attivo nei settori della difesa e dell’automotive. Fondata nel 1889 come impresa metallurgica, è quotata in borsa dal 1894 e impiega oggi circa 25.000 persone, di cui la metà in Germania. Storicamente impegnata anche nella produzione di componenti per automobili, negli ultimi due decenni ha progressivamente spostato il baricentro sul settore militare, fino a diventarne uno dei principali attori europei.
Rheinmetall non ha un azionista di controllo: il suo capitale è diffuso tra numerosi investitori istituzionali e privati. Tra i principali azionisti figura il fondo sovrano norvegese Government Pension Fund Global, che possiede poco più del 2% delle azioni, una quota significativa ma insufficiente a determinare le scelte del gruppo. Alla guida del gruppo c’è Armin Papperger, amministratore delegato dal 2013, figura che ha avuto un ruolo decisivo nell’espansione delle attività militari.
Rheinmetall è oggi un simbolo del boom dell’industria bellica europea. Dall’inizio della guerra in Ucraina nel 2022 ha registrato una crescita straordinaria, trainata dall’aumento senza precedenti della spesa militare. Nel 2024 ha raggiunto un fatturato di circa 9,75 miliardi di euro, con un incremento del 36% rispetto al 2023 e di oltre il 50% rispetto ai livelli pre-conflitto. Parallelamente, il titolo in borsa ha conosciuto un vero e proprio exploit: tra febbraio 2022 e luglio 2025 il valore delle azioni è aumentato di circa dodici volte (+1.200%).

Per dimensioni e capacità produttiva, Rheinmetall è diventata un attore centrale nella corsa al riarmo di Europa e NATO. I suoi contratti riguardano carri armati, veicoli blindati, sistemi di artiglieria e munizionamento, con una quota crescente di ordini legata alla guerra in Ucraina e ai nuovi programmi di difesa europei. È un caso emblematico di come i conflitti armati possano generare enormi profitti per l’industria militare, accrescendo al tempo stesso i rischi per la stabilità e i diritti umani a livello globale.
Con chi lo facciamo e perché
2025
Abbiamo scelto di fare azionariato critico con Rheinmetall perché è uno dei principali gruppi industriali tedeschi della difesa, attivo nella produzione di sistemi d’arma e munizioni. Le sue attività hanno avuto un impatto diretto sui conflitti internazionali: fino al 2019, attraverso la controllata RWM Italia con stabilimento a Domusnovas (Sardegna), l’impresa ha prodotto bombe esportate in Arabia Saudita e impiegate nella guerra in Yemen, un conflitto privo di legittimazione internazionale che ha causato migliaia di vittime civili.
Nel 2017 Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione dell’impresa per poter intervenire alle assemblee degli azionisti, su proposta della Rete Italiana Pace e Disarmo e del Comitato per la Riconversione di RWM Italia. Dal 2018 l’attività è stata rafforzata grazie alla collaborazione con il socio tedesco della rete Shareholders for Change, la Bank für Kirche und Caritas, e con la rete tedesca di azionisti critici Dachverband der Kritischen Aktionärinnen und Aktionäre.
Con Rheinmetall il nostro obiettivo è duplice: da un lato denunciare la responsabilità dell’impresa nel trarre profitto da conflitti che violano il diritto internazionale, dall’altro sostenere le istanze della società civile che, in Italia e in Germania, chiedono la riconversione industriale di RWM verso produzioni civili e sostenibili.
2024
Nel 2017 Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione di Rheinmetall per partecipare alle assemblee degli azionisti dell’impresa. L’ha fatto su proposta della Rete Italiana Pace e Disarmo e del Comitato per la Riconversione di RWM Italia (la controllata italiana dell’impresa). A partire dal 2018 l’attività di azionariato critico su Rheinmetall è stata effettuata anche in collaborazione con il socio tedesco di Shareholders for Change Bank für Kirche und Caritas, e con la rete di azionisti critici tedeschi Dachverband der Kritischen Aktionärinnen und Aktionäre.
L’azionariato critico su Rheinmetall ha lo scopo di denunciare la produzione di bombe nello stabilimento italiano di Domunsnovas. Le bombe, esportate in Arabia Saudita, vengono utilizzate per bombardare lo Yemen, in una guerra civile, senza legittimazione internazionale, che conta ormai migliaia di vittime tra la popolazione civile.
Temi di engagement e risultati
2025
Partecipazione all’assemblea
Nel 2025 abbiamo partecipato ancora una volta all’assemblea degli azionisti di Rheinmetall in modalità online, dato che dal 2020 la società non svolge più assemblee in presenza. Lo scontro con l’impresa si conferma molto duro: non vi è mai stata disponibilità al dialogo e l’azienda continua a ribadire che la produzione ed esportazione di armamenti avviene nel pieno rispetto delle leggi nazionali dei Paesi in cui opera. Rheinmetall si è detta inoltre fiduciosa sull’esito positivo dei procedimenti legali in corso in Italia, più volte richiamati all’attenzione dagli azionisti critici.
Valutazione: il ricorso sistematico a formule di rito e il rifiuto di un confronto aperto confermano la chiusura strutturale dell’azienda verso gli azionisti critici.
RWM Italia e l’aumento degli utili
Abbiamo chiesto chiarimenti sull’eccezionale crescita degli utili della controllata italiana RWM, passati da 13 a oltre 36 milioni di euro in un solo anno, per capire se tale incremento si fosse tradotto in nuova occupazione. RWM Italia è una società controllata da Rheinmetall Defence con lo stabilimento a Domusnovas (Sud Sardegna) e le sedi di Ghedi (Brescia), Torino e Roma. A Domusnovas, in particolare, si concentra la produzione di esplosivi e ordigni bellici, con linee di caricamento attive h24 e un portafoglio ordini che a fine 2024 superava i 600 milioni di euro, grazie soprattutto alla crescita delle commesse UE e NATO. Rheinmetall ha risposto che i posti di lavoro sono aumentati solo marginalmente e soprattutto tramite contratti interinali.
Valutazione: i dati confermano come l’aumento dei profitti non corrisponda a benefici occupazionali significativi, rafforzando l’idea di una crescita trainata dalla domanda bellica più che da investimenti sul territorio.
Joint venture con Leonardo e acquisizione Iveco Defence
La Fondazione ha chiesto inoltre di chiarire l’impatto economico previsto della nuova joint venture con Leonardo per la produzione di carri armati e veicoli blindati destinati all’Esercito italiano, un progetto dal valore stimato di 23 miliardi di euro. È stato chiesto anche di fornire informazioni sull’offerta congiunta Rheinmetall-Leonardo per l’acquisizione di Iveco Defence. A entrambe le domande l’impresa ha opposto il vincolo di riservatezza dei contratti, senza fornire ulteriori dettagli.
Valutazione: ancora una volta l’azienda si è sottratta a qualsiasi confronto reale con gli azionisti, nascondendosi dietro la riservatezza e riaffermando il solo rispetto delle leggi come giustificazione.
2024
Lo scontro con l’impresa in assemblea è sempre stato molto duro. Da parte di Rheinmetall non c’è mai stata disponibilità al dialogo. L’impresa continua a ripetere che la produzione ed esportazione di armamenti viene fatta nel pieno rispetto delle leggi nazionali dei Paesi in cui opera. Rheinmetall ribadisce di essere fiduciosa sulla risoluzione positiva di tutti procedimenti legali a suo carico in Italia, sui quali gli azionisti critici hanno più volte richiamato l’attenzione.
Nel 2024 abbiamo partecipato all’assemblea degli azionisti online, visto che dal 2020 la società non svolge più assemblee in presenza. Abbiamo chiesto maggiori informazioni sulla decisione del Consiglio di Stato, che ha riconosciuto l’irregolarità dei principali ampliamenti dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias. Abbiamo inoltre chiesto maggiori informazioni sulla ripresa delle esportazioni verso l’Arabia Saudita, dopo la fine dell’embargo e sul nuovo accordo commerciale con l’AOI (Organizzazione Araba per l’Industrializzazione), che riguarda in particolare l’Egitto.
L’impresa non si è pronunciata sulla decisione del Consiglio di Stato perché il procedimento sarebbe ancora in corso. Ha però ribadito che l’impianto di Domusnovas non può essere riconvertito alla produzione civile, perché è strutturalmente pensato per produrre esplosivi. A Domusnovas non si intendono investire grandi cifre per l’espansione dello stabilimento ma si potrebbero comunque creare 80-100 nuovi posti di lavoro in futuro. Sulle esportazioni verso l’Arabia Saudita e sul contenuto dell’accordo con l’AOI non è stata data alcuna informazione, per motivi di riservatezza contrattuale. L’accordo con l’AOI riguarda comunque solamente l’Egitto e non anche altri Paesi arabi.
2023
L’engagement con Rheinmetall si concentra su due aspetti principali. In primo luogo, l’esportazione di armi verso Paesi in guerra e/o che sistematicamente violano i diritti umani. In secondo luogo, c’è la richiesta di riconversione a scopi civili dello stabilimento di Domusnovas in Sardegna.
Fondazione Finanza Etica e altri azionisti critici collaborano evidenziando che, oltre all’aspetto etico, esportare armi verso Paesi con violazioni dei diritti umani comporta rischi finanziari, esponendo la società a possibili sanzioni.
Per approfondire
Domande presentate in assemblea
2025
Solvay
Solvay Group è un’azienda belga che opera nel settore chimico e delle plastiche. È stata fondata nel 1863 da Ernest Solvay i cui eredi, tramite Solvec SA, la controllano (con il 30,81%). Negli ultimi anni l’assetto del gruppo è cambiato radicalmente: dalla cessione del pilastro farmaceutico all’acquisizione dell’azienda chimica Rhodia e alla creazione della nuova Solvay. In Italia è proprietaria di vari stabilimenti, tra cui quello di Rosignano Solvay (soda caustica, bicarbonato e carbonato di sodio). Solvay ha sede a Bruxelles e conta 22.000 dipendenti in 61 paesi. Il fatturato netto nel 2022 è di 13,4 miliardi di euro. È quotata su Euronext Bruxelles, Parigi e negli Stati Uniti. Solvac SA detiene il 30,81% del capitale di Solvay.
Con chi lo facciamo e perché
Nel 2021 Fondazione Finanza Etica ha acquistato un’azione di Solvay per portare all’attenzione dell’impresa il problema dell’inquinamento generato dallo stabilimento di Rosignano, in provincia di Livorno. Negli ultimi tre anni abbiamo inoltre inviato domande sulla catena di approvvigionamento di metalli e terre rare e sul piano di decarbonizzazione della società. L’engagement è stato sviluppato in collaborazione con la rete Shareholders for Change, con l’activist investor Bluebell Capital Partners e con la rete di azionisti critici britannica ShareAction.
Temi di engagement e risultati
2024
Abbiamo inviato domande a Solvay prima delle assemblee del 2021, 2022 e 2024. Ad esempio, abbiamo richiesto informazioni sul monitoraggio della catena di approvvigionamento di metalli rari per minimizzare rischi sociali e ambientali. Riguardo all’impianto di Rosignano (Livorno), abbiamo chiesto quanto la società preveda di investire per la completa decontaminazione delle coste.
Nel 2024 siamo tornati sull’impianto di Rosignano, chiedendo informazioni su un procedimento, avviato nel 2019 dalla Procura di Livorno e ancora in corso, in cui è coinvolta la società. Riguardano una presunta contaminazione di alcune falde acquifere all’esterno del sito di produzione e nella zona dell’ex discarica.
Abbiamo inoltre chiesto maggiori informazioni sugli accantonamenti al fondo rischi e oneri per procedimenti che riguardano presunte violazioni ambientali. Infine, abbiamo fatto una domanda sul modo in cui saranno i 30 milioni annui che saranno investiti ogni anno nell’ambito della strategia di decarbonizzazione.
La società ha sempre negato contaminazioni al di fuori dello stabilimento di Rosignano. Inizialmente vaghe sul tema dei metalli rari, le risposte sono diventate più dettagliate nel tempo, in risposta a domande specifiche. Riguardo al procedimento ancora in corso presso la Procura di Livorno, la società ha risposto che il caso è ancora nella fase di indagine preliminare e non è noto quando saranno concluse le indagini. Solvay continua a investire per la bonifica del terreno e delle acque sotterranee.
Per quanto riguarda gli accantonamenti, la società ha dichiarato che non divulga i dati sugli accantonamenti per sito industriale, ma solo a livello aggregato, per ogni Paese in cui opera. Mentre è stata più trasparente sull’uso dei 30 milioni destinati al piano di decarbonizzazione: nel 2024 saranno utilizzati per la costruzione di una seconda caldaia a legna di scarto in Germania; per completare l’uscita dal carbone negli Stati Uniti e per ridurre i gas serra emessi da una miniera, sempre negli USA.
2023
Abbiamo inviato domande a Solvay prima delle assemblee del 2021, 2022 e 2023, in collaborazione con Meeschaert Asset Management, socio francese di Shareholders for Change. Ad esempio, abbiamo richiesto informazioni sulla sorveglianza della catena di approvvigionamento di metalli rari per minimizzare rischi sociali e ambientali. Riguardo all’impianto di Rosignano (Livorno), abbiamo chiesto quanto la società preveda di investire per la completa decontaminazione delle coste.
Sul tema della decarbonizzazione, abbiamo domandato se Solvay abbia l’intenzione di passare al 100% a fonti energetiche rinnovabili entro il 2050 e se si impegna a eliminare gradualmente la biomassa come fonte energetica, sia per la produzione diretta che indiretta di energia, al più tardi entro il 2050.
Domande presentate in assemblea e le risposte dell’azienda
2024
ThyssenKrup
Thyssenkrupp AG è un conglomerato industriale tedesco con sede a Essen, attivo nei settori dell’acciaio, della tecnologia industriale e della difesa navale. Le sue origini risalgono all’Ottocento, ma l’attuale gruppo nasce nel 1999 dalla fusione tra Friedrich Krupp AG Hoesch-Krupp e Thyssen AG. È quotato in borsa a Francoforte e impiega oggi circa 100.000 persone in oltre 50 paesi.
Negli ultimi anni il gruppo ha affrontato difficoltà strutturali nei settori tradizionali, come l’acciaio e i servizi industriali, con risultati finanziari altalenanti. Nel 2024 ha registrato un fatturato di circa 35 miliardi di euro, in calo del 7% rispetto all’anno precedente, e una perdita netta di 1,51 miliardi di euro.
La divisione Thyssenkrupp Marine Systems (TKMS) rappresenta l’eccezione: specializzata nella produzione di sottomarini e navi da guerra, è uno dei pochi comparti oggi redditizi del gruppo, grazie a nuove commesse e a un portafoglio ordini record. Proprio per questo, Thyssenkrupp ha deciso di separarla: entro la fine del 2025 il 49% di TKMS sarà quotato in borsa come società autonoma, mentre la casa madre manterrà il controllo con il restante 51%. Poiché TKMS è considerata strategica per la difesa nazionale, il governo tedesco ha posto dei vincoli: può bloccare la vendita di quote superiori al 25% e ha la priorità di acquisto su quelle oltre il 5%.
Resta però aperto il nodo legato alla destinazione delle forniture: negli ultimi anni alcuni sistemi prodotti da TKMS sono stati esportati verso paesi come Egitto e Turchia, regimi coinvolti in conflitti o in gravi violazioni dei diritti umani. Thyssenkrupp rappresenta quindi un caso emblematico di come i profitti derivanti dal settore militare possano convivere con crisi industriali e rischi di responsabilità internazionale.
Con chi lo facciamo e perché
2025
Fondazione Finanza Etica porta avanti l’engagement con ThyssenKrupp in collaborazione con la federazione tedesca degli azionisti critici DKAA e con Shareholders for Change. Questa partnership strategica consente di monitorare da vicino le politiche dell’azienda e di sollevare domande legate all’export di armamenti e alla trasparenza. L’obiettivo dell’engagement è promuovere una maggiore responsabilità sociale d’impresa, con particolare attenzione al rispetto dei diritti umani e alle implicazioni etiche delle esportazioni militari. Riteniamo fondamentale che una multinazionale come ThyssenKrupp integri criteri di due diligence più rigorosi prima di esportare sistemi d’arma, al fine di ridurre il rischio di forniture verso paesi coinvolti in conflitti o violazioni dei diritti umani.
2024
Nel 2024 FFE ha partecipato all’assemblea di ThyssenKrupp per il tramite della federazione tedesca degli azionisti critici DKAA.
2023
Alla fine del 2020 Fondazione Finanza Etica ha acquistato una azione di ThyssenKrupp per fare engagement con l’impresa e partecipare alle assemblee degli azionisti. L’ha fatto su proposta del socio fondatore di Shareholders for Change, Bank für Kirche und Caritas (BKC), una banca cattolica tedesca. La prima lettera a ThyssenKrupp è stata spedita nell’ottobre del 2020, per fare domande sulle esportazioni militari dell’impresa. L’engagement con ThyssenKrupp ha l’obiettivo finale di spingere l’impresa a liberarsi del suo ramo militare, che non è strategico ed è associato a gravi rischi di violazione dei diritti umani. A BKC e Fondazione Finanza Etica si è poi aggiunto un terzo membro di SfC: la società di investimenti francese Sanso IS.
Temi di engagement e risultati
2025
La divisione armamenti di ThyssenKrupp esporta navi militari in zone di crisi e guerra, vendendo sottomarini e fregate a Paesi come Turchia ed Egitto, coinvolti in conflitti contrari al diritto internazionale o governati da autocrati accusati di violazioni dei diritti umani. Un altro punto di engagement riguarda la produzione di sistemi d’arma adattabili per testate nucleari.
Fondazione Finanza Etica, insieme ai membri di Shareholders for Change, ha costantemente chiesto a ThyssenKrupp di condurre una due diligence sui diritti umani, conforme ai principi guida delle Nazioni Unite, prima di esportare armi in futuro. La richiesta include anche maggiori informazioni sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari.
Il dialogo con ThyssenKrupp, in collaborazione con Shareholders for Change, è stato ampio ma non soddisfacente rispetto alle aspettative di Fondazione Finanza Etica. Nonostante la partecipazione a incontri e la partecipazione alle assemblee degli azionisti, l’azienda ha minimizzato le preoccupazioni sui diritti umani legate alle pratiche di esportazione di armamenti, senza impegnarsi a interrompere tali esportazioni in zone di conflitto.
Nel corso dell’assemblea 2025 di thyssenkrupp, Fondazione Finanza Etica ha posto domande critiche sulla divisione Marine Systems (TKMS), concentrandosi sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sottomarini, sulla possibilità di trasportare testate nucleari, sulla trasparenza delle esportazioni militari e sulla mancanza di una due diligence aggiuntiva per valutare il rispetto dei diritti umani nei paesi destinatari degli armamenti.
In merito all’intelligenza artificiale, TKMS ha dichiarato di utilizzarla oggi per ottimizzare la progettazione e i processi produttivi. In futuro, l’AI verrà applicata in ambito navale e subacqueo, ma l’attuale priorità tecnologica è rivolta allo sviluppo di sistemi senza pilota e operazioni multi-dominio (spazio, terra, mare, cielo, cyberspazio). Rispetto all’uso dell’AI nei sistemi d’arma, l’azienda ha escluso che venga impiegata per selezionare e colpire bersagli senza controllo umano: al momento, l’AI sarebbe usata solo per analisi dei dati provenienti dai sensori.
Sul fronte della proliferazione nucleare, TKMS ha rifiutato di rispondere alla domanda sulla capacità dei suoi sottomarini di trasportare testate nucleari, ribadendo che non commenta pubblicamente specifiche tecniche o militari. Nessuna risposta è stata fornita neanche sulla possibilità che queste modifiche siano realizzate su richiesta dei clienti.
Per quanto riguarda i dati economici, thyssenkrupp ha dichiarato che i prodotti militari hanno rappresentato il 6% del fatturato totale nel 2023/24, con esportazioni militari verso 35 paesi. Sulla richiesta di sottoporre le esportazioni di armamenti a una due diligence interna aggiuntiva per evitare vendite a paesi che violano i diritti umani, TKMS ha ribadito che si attiene rigorosamente alla normativa tedesca ed europea. In sostanza, l’azienda ritiene che l’attuale sistema di autorizzazioni governative sia sufficiente e non prevede misure di valutazione etica proprie.
Nonostante il dialogo con l’azienda sia stato complessivamente costruttivo, restano forti interrogativi sul possibile contributo – diretto o indiretto – allo sviluppo di sistemi d’arma nucleari, un tema su cui thyssenkrupp non ha ancora dato risposte soddisfacenti. Allo stesso tempo, l’azienda continua a rifiutare l’introduzione di una due diligence aggiuntiva sulle esportazioni, confermando un disinteresse verso la valutazione autonoma dei rischi legati ai diritti umani nei paesi destinatari.
2024
Fondazione Finanza Etica, insieme ai membri di Shareholders for Change, ha costantemente chiesto a ThyssenKrupp di condurre una due diligence sui diritti umani, conforme ai principi guida delle Nazioni Unite, prima di esportare armi in futuro. La richiesta include anche maggiori informazioni sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari.
Nel 2024 FFE ha chiesto informazioni aggiornate sull’export militare e sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari, in particolare per quanto riguarda i sottomarini.
Il dialogo con ThyssenKrupp, in collaborazione con Shareholders for Change, è stato ampio ma non soddisfacente rispetto alle aspettative di Fondazione Finanza Etica. Nonostante la partecipazione a incontri e l’invio di rappresentanti alle assemblee degli azionisti, l’azienda ha minimizzato le preoccupazioni sui diritti umani legate alle pratiche di esportazione di armamenti, senza impegnarsi a interrompere tali esportazioni in zone di conflitto.
Durante l’assemblea del 2024 l’impresa ha aggiornato l’incidenza della produzione di armi sul totale del fatturato, attualmente al 3,7% e ha fornito il dettaglio dell’export per Paese, in percentuale del totale: Egitto 1%, Brasile 0,7%, Norvegia 0,6%, Singapore 0,5%, Gran Bretagna 0,4%, Turchia 0,2%, Italia 0,2%, Corea del Sud 0,1%. Dal punto di vista di FFE, le esportazioni verso l’Egitto e la Turchia sono potenzialmente problematiche.
Nelle risposte alle domande di FFE, ThyssenKrupp ha confermato di rispettare fino all’ultima virgola le normative dello Stato tedesco, sia per quanto riguarda le armi nucleari, sia per quanto riguarda la produzione di sistemi d’arma autonomi.
Per FFE il rispetto delle norme non è però sufficiente. Anche perché, molto spesso, le due diligence governative valutano le attività commerciali solo dal punto di vista della politica estera di un Paese. Per Fondazione Finanza Etica la strategia di sostenibilità di ThyssenKrupp non si concilia affatto con una politica di esportazione di armi molto poco ambiziosa, che non fa nulla di più di quanto richiesto da uno Stato nazionale.
2023
La divisione armamenti di ThyssenKrupp esporta navi militari in zone di crisi e guerra, vendendo sottomarini e fregate a Paesi come Turchia ed Egitto, coinvolti in conflitti contrari al diritto internazionale o governati da autocrati accusati di violazioni dei diritti umani. Un altro punto di engagement riguarda la produzione di sistemi d’arma adattabili per testate nucleari.
Fondazione Finanza Etica, insieme ai membri di Shareholders for Change, ha costantemente chiesto a ThyssenKrupp di condurre una due diligence sui diritti umani, conforme ai principi guida delle Nazioni Unite, prima di esportare armi in futuro. La richiesta include anche maggiori informazioni sul possibile coinvolgimento nella produzione di sistemi d’arma nucleari.